lunedì 4 aprile 2011

RICORDANDO CHERNOBYL


Da un luogo illuminato
È difficile distinguere
Quel che accade nelle tenebre ( ivan Sergheevich Turgenev )

Nella primavera del 1986, al di fuori del territorio Bielorusso, in Ucraina, è avvenuta la più grande catastrofe tecnologica della storia umana, l’avaria alla centrale nucleare di Chernobyl.
E ciò è avvenuto non per responsabilità del popolo Bielorusso, noi facevamo parte del grande stato unitario, la disgrazia era comune e noi la combattemmo tutti insieme, tutto il grande stato durante tutta l’estate e l’autunno .

Ora tutti sanno che circa il 70% dei materiali radioattivi sono ricaduti sul territorio dello stato, oggi indipendente della Repubblica di Belarus, lasciando contaminazione sul 23% delle sue terre.

Questo territorio è stato il luogo ove hanno vissuto tante generazioni, che vivevano agiatamente e non desideravano posto migliore, campi e giardini, boschi e fiumi, si sono trasformati, da generosi che erano in fonti di pericolo nascosto ma reale.

All’argomento della salute pubblica dopo l’avaria nucleare fu dedicata la conferenza di Ginevra nel 1995: l’effetto più tragico e provato di Chernobyl è stato il brusco aumento dei tumori alla tiroide, soprattutto nei bambini, ed il popolo Bielorusso è stato riconosciuto come il più irradiato sul globo terrestre.

La contaminazione radioattiva , ha privato i nostri bambini dei luoghi di vacanza
estiva, la maggior parte delle colonie, campeggi , impianti sportivi e termali , furono chiusi a causa degli indicatori ecologici negativi.

La disgregazione , nel 1991, dell’Unione Sovietica ha tolto alla Bielorussia anche la possibilità di usufruire di luoghi di riposo e cura localizzati in Crimea, nel Caucaso e nei paesi Baltici.

Immediatamente si è evidenziata la questione, che resta tuttora attuale, se si sia in grado di superare senza gli aiuti internazionali, tanto la catastrofe ecologica quanto quella economica.

La comunità internazionale fornisce aiuto al paese al fine di determinare un nuovo orientamento all’economia ed al settore sociale, però i risultati di questo aiuto non sono immediatamente visibili ai cittadini che abitano le zone contaminate.




Attualmente il governo del nostro paese presta grande attenzione alla rinascita delle regioni più colpite dall’apocalisse nucleare, ma sarà in grado una piccola nazione di risolvere, da sola e velocemente, i problemi che si sono posti?

Credo che ci vorrà molto tempo e molti anni di risorse economiche del paese,
ma in questo momento molto difficile per noi , migliaia di persone comuni, ci hanno teso la mano da tutto il mondo; solo in Italia , tramite la nostra piccola associazione, sono arrivati più di 80.000 piccoli cittadini Bielorussi per periodi di risanamento, aria salubre, alimentazione con prodotti puliti, frutta e verdura delle zone del sud , montagne, mare aria,…e cosa più importante, l’affetto e comprensione dei nuovi amici Italiani;

com’è possibile dimenticarlo o sottovalutarlo? Ed un paese nuovo, con nuovo stile di vita , anche questo è importante per l’educazione e l’istruzione!

Ed il costante aiuto, sia nel vestiario che nei generi alimentari, non aiuta forse le famiglie? Anche i bambini degli orfanatrofi hanno trovato nelle famiglie Italiane fratelli e sorelle , madri e padri; sono circondati da affetto non solo in Italia ma anche in Bielorussia; e le famiglie Italiane aiutano non solo un unico bambino fortunato ma tutto l’internato; grazie a ciò molti orfanatrofi hanno già restaurato
tetto e muri, gli impianti sanitari e ricevono non solo attrezzature informatiche o biciclette, ma anche scarpe e vestiti.

Si può valutare questo aiuto? Non si può nemmeno provare a farlo, ne in kili né in rubli; affetto , amicizia , i cuori aperti e le mani solidali, salute e felicità negli occhi dei bambini: senz’altro questo non è valutabile

E non solo per un bambino ma per centinaia e migliaia.

E alla fine, spero che questo ruscello di già buoni rapporti si trasformi in un torrente impetuoso, foriero di amore e prosperità universali.



Gennadij Viktoriovich koretzkij Presidente Gomel ( BY )

(International Charitable public Association
Help For Chernobyl Children – Gomel Bielorussia)

ricordiamoci quanto è accaduto guardando queste immagini 





NUCLEARE/ Ecco perché il no alle centrali non ci rende comunque sicuri
riflessione di Antonio Ballarin Denti
da il sussidiario.net


La tragedia sismica che ha colpito il Giappone e il devastante effetto domino indotto dallo tsunami con alluvioni, esplosioni, distruzioni e incendi, mostrano drammaticamente come rischi naturali e tecnologici siano, in una società industrialmente avanzata, fatalmente intrecciati.
Ciò vale ancor più nel settore energetico che, di una società economicamente sviluppata, è la vera spina dorsale. Ciò che sta avvenendo nella centrale nucleare di Fukushima, già oggi classificabile come il più grave incidente nucleare nella storia dopo Chernobyl, va infatti inserito in un quadro ancora più allarmante se si tiene conto dei disastri che il sisma ha prodotto in altri segmenti strategici della produzione e trasformazione di energia. Abbiamo tutti impresso nella mente le immagini delle esplosioni a catena nei depositi di gas e idrocarburi e il devastante cedimento delle dighe che probabilmente alimentavano anche centrali idroelettriche.
Accanto al nucleare, da sempre esposto ad alti fattori di pericolo, anche i combustibili fossili, la fonte oggi primaria di energia, e perfino la più diffusa e apparentemente innocua delle energie rinnovabili, l’acqua, mostrano una vulnerabilità che è stata certamente sottovalutata dai governi e poco o per nulla percepita dall’opinione pubblica.

Si può certamente sostenere che in Europa e nel nostro Paese i rischi sismici sono minori rispetto al Giappone, ma se si prendono in considerazione tutti i possibili fattori di pericoli naturali (frane, alluvioni, incendi boschivi, eventi meteorologici estremi) e quelli tecnologici legati alla nostra alta industrializzazione (esplosioni, incendi e rilasci di sostanze tossiche, trasporto di merci pericolose su strade e ferrovie) ci accorgiamo che gran parte delle nostre filiere energetiche (depositi di carburanti, gasdotti, bacini idrici montani e, ovviamente, impianti nucleari) rappresentano un alto fattore di rischio per la vita e la salute umana, senza parlare della costante minaccia di inquinamento ambientale.
Si impone a questo punto un ripensamento profondo e responsabile, sotto il profilo non solo tecnologico e ambientale, ma anche etico e sociale, del sistema energetico che vogliamo porre alla base di uno sviluppo economico che sia sostenibile, condiviso e solidale. Bene hanno fatto dunque alcuni governi europei (Germania in testa) ad avviare una riconsiderazione dei rischi connessi agli impianti nucleari esistenti. Occorre però andare oltre e prendere in considerazione tre direttrici di fondo:

1) Ogni sistema energetico, sia esso basato su fonti nucleari, fossili o rinnovabile, va attentamente considerato non solo in base a parametri economici e tecnologici, ma sotto ogni aspetto connesso all’integrità della vita e della salute delle persone, alla tutela dell’ambiente, alla sua accettazione, consapevole e responsabile, da parte dei cittadini. In particolare, a ogni valutazione di rischio vanno associate chiare e ben definite politiche di prevenzione e mitigazione dei rischi derivanti da eventuali incidenti.

2) Le filiere energetiche, per la loro complessità, coinvolgono responsabilità politiche e gestionali difficilmente iscrivibili ai soli confini nazionali. Pensiamo al ciclo del combustibile e delle relative scorie nel settore nucleare, agli approvvigionamenti e ai trasporti di petrolio e gas naturale, agli effetti sul cambiamento climatico e sull’inquinamento atmosferico transfrontaliero delle diverse opzioni energetiche. Se si vuol davvero costruire una casa comune europea, le grandi strategie energetiche (politiche di approvvigionamento, gestione e controllo degli impianti nucleari, ricerca e sviluppo nel settore delle fonti rinnovabili) va condotta sotto diretta guida politica e affidata a specifiche autorità di gestione a livello comunitario. Dopo la tragedia del Giappone è ormai tramontata l’epoca dei piani energetici nazionali.

3) Le scelte di fondo nel settore energetico richiedono molti anni per lo studio e lo sviluppo industriale di nuove tecnologie e interi decenni per la realizzazione, gestione e infine per la dismissione degli impianti più complessi. Si richiede, allora, una visione di grande respiro temporale e al tempo stesso ideale correlata a innovativi modelli di sviluppo della nostra società e necessariamente proiettati verso le future generazioni.

È una sfida che ci chiede di considerare l’intero secolo che ci sta davanti. Forse è l’occasione, più concreta e realistica di quanto si pensi, per tornare a coltivare nobili e motivanti utopie.

Annamaria... a dopo

1 commento:

  1. Non vorrei che l'argomento venisse trattato sempre in termini generici e propagandistici. Anche per rispetto alle persone che sono morte.

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