venerdì 6 novembre 2015

BREAST IRONING , OVVERO LO STIRAMENTO DEL SENO.

 Mentre le ragazze occidentali vanno sotto i ferri per dare volume ai seni.



Leggete la pratica disumana che succede in Camerun




Tentare di appiattire i seni delle ragazze adolescenti stirandoli con oggetti scaldati sul fuoco: è il breast ironing, una pratica ancora oggi  molto utilizzata in alcuni paesi africani e che negli ultimi mesi è balzata agli onori delle cronache, attirando l’attenzione internazionale e africana su tale fenomento.

In una recente indagine condotta tra le donne del Camerun è emerso come madri e figlie vivano ancora in modo intenso e doloroso questo gesto rituale e che un quarto (oltre il 25%) delle madri camerunensi utilizza questo sistema per rallentare lo sviluppo sessuale delle proprie figlie.

Come racconta, in un lungo reportage, ‘Street News Service’, Joyce, oggi 25 anni, ne aveva solo 8 quando il suo dramma ebbe inizio.
La ragazza ricorda la madre prendere una pietra piatta e riscaldarla sul fuoco per alcuni minuti: “si proteggeva le mani perché sapeva che era incandescente e poi premeva sul mio seno con forza. Pregavo ogni notte perché il mio seno scomparisse”.

In genere sono le madri o le zie a praticare il breast ironing. Per stirare i seni vengono utilizzate pietre oppure bastoni, o anche gusci di cocco, spatole, martelli o altri utensili.

La ginecologa camerunense Sinou Tchana, vicepresidente dell’associazione delle donne medico in Camerun spiega che si tratta di una pratica vecchia come il Camerun stesso.

Una indagine condotta all’inizio degli anni ’90 aveva mostrato come questo rituale fosse diffuso in tutte le zone del paese.

In un rapporto del 2006 si leggeva che tale pratica era presente soprattuttosulla costa e nel nord est, tra le comunità cristiane e animiste del sud più che  tra quelle musulmane del nord. Il rituale è praticato inoltre nella Guinea Bissau, nell’Africa occidentale e centrale inclusi Chad, Togo, Benin e Guinea-Conakry.

“Noi tentammo di spiegare che non era una cosa buona, ma le madri e le zie ribattevano che era normale, nel momento in cui il seno incominciava a crescere” spiega la dottoressa. Secondo Tchana, che incontra nella sua clinica sia le vittime che le responsabili di tale pratica, spesso le madri non si rendono conto del dolore che infliggono alle proprie figlie. Ricorda le parole di una donna che chiedeva perdono: “quando mi sono scottata anche io ho capito che dolore provasse la mia bambina”.

Il breast ironing può avere due diverse conseguenze. Può ridurre considerevolmente il volume del seno, rendendolo praticamente piatto, oppure al  contrario, può trasformarlo in una enorme sacca di grasso senza forma.

I seni piccoli sono la conseguenze dell’utilizzo di tecniche “giuste”, ovvero pietre non troppo arroventate e stiraggio omogeneo di tutta la parte.

Nel caso in cui vengano utilizzate pietre troppo calde e metodi troppo rapidi, si ha come conseguenza un seno molto grande e ustioni.

In ogni caso l’intervento per  la ricostruzione del seno è molto difficile, oltre che estremamente costoso. Le vittime di questa pratica rituale, oltre al dolore e al dramma psicologico, vanno incontro a molte complicazioni: impossibilità di allattare, ascessi, prurito, infezioni, cisti, tessuti danneggiati e anche cancro al seno.



Nonostante i medici tentino di spiegare i suoi  effetti nocivi, lo stiraggio del seno viene difeso e spiegato dalle madri che lo praticano. Ze Jeanne, donna di 57 anni, madre di 8 figlie, sedendo tranquilla sulla poltrona di casa sua, a trenta minuti dal centro della città di Yaoundè, spiega: “quando il seno di una giovane inizia a crescere ogni uomo può andare a importunarla cercando di fare sesso con lei; per far sì che loro possano continuare ad andare a scuola siamo costrette a fare così”. Mentre racconta di aver stirato i seni di tutte le sue figlie, Clarisse, la minore, è sdraiata sul divano vicino a lei. “Nel suo caso” dice Ze riferendosi a Clarisse, “il suo seno incominciò a crescere all’età di nove anni, e quindi fui costretta a stirarlo per cercare di fermalo. L’ho fatto per aiutarla”, insiste.

Il breast ironing oltre ad essere un’usanza iscritta nel patrimonio culturale di queste popolazioni è considerata quindi una tecnica finalizzata ad evitare contatti sessuali precoci.

Serve a mascherare le forme delle giovani per rendere meno visibile la loro maturità sessuale.

Per le madri è preferibile al rischio di gravidanze indesiderate, aborti pericolosi, violenza sessuale e malattie veneree.




Molte delle ragazze sottoposte a tale pratica dichiarano, come Joyce, che essa non previene affatto le attenzioni sessuali degli uomini. Mamma Ze pensa invece che il breast ironing abbia preservato lei e le sue figlie da gravidanze non desiderate evitando che sembrassero troppo presto delle donne, ed è convinta che loro lo abbiano capito.



Tuttavia, quando viene chiesto a Clarisse se lei farebbe lo stesso con sua figlia, risponde enfaticamente: “non farei mai una cosa del genere alla mia bambina”. Joyce racconta che cominciò a fare domande dal primo momento in cui le venne messa una pietra rovente sul petto:  “mia madre mi disse che ero troppo giovane per avere il seno e che se lei non lo avesse impedito tutti gli uomini sarebbero venuti da me. Mi disse anche che se non lo avesse fatto non sarei più potuta diventare grande”.

In Camerun c’è un enorme e diffuso taboo sul sesso e quindi molte ragazze subiscono il breast ironing senza neppure sapere il perché.

Quasi tutte le pratiche cruente che sono state inflitte alle donne nel corso della storia, tra cui i busti per stringere la vita (con conseguente frattura delle costole), la frattura e deformazione del piede per le bambine cinesi, l’infibulazione, la cintura di castità, erano volte a favorire i gusti e le convenienze maschili garantendo la fedeltà delle donne o rispondendo ai canoni estetici dei tempi.

Il breast ironing al contrario è una pratica usata dalle donne su altre donne proprio per sfuggire alla prepotenza sessuale degli uomini.

atlasweb

Annamaria

giovedì 5 novembre 2015

FATIMA , LA MOGLIE DEL BAFFO

Il racconto di Mister G



Un’infiammazione distruttiva seguita da atrofia a livello delle cellule gangliari della retina, che può evolvere in cecità bilaterale di regola permanente, è la diagnosi ormai frequente in diversi pazienti fra i senzatetto di una città italiana del nord-est. Si tratta sicuramente di uno spaccio incontrollato e criminale di superalcolici fra i derelitti di questa zona. Trovare e smascherare questa attività criminale è il mio compito, cammino lungo un largo viale alberato, supero una rotatoria molto frequentata che trasborda le macchine dall’autostrada del Brennero alla nazionale omonima e verso la Valsugana, sono a piedi, la macchina l’ho lasciata più giù in un parcheggio, ho una sacca sulla spalla, vecchi panni sgualciti addosso, cammino lungo il bordo stradale fino a raggiungere un varco nella vecchia recinzione, i continui passaggi hanno tracciato una inequivocabile indicazione del campo nomadi interno ai vari fabbricati di una fabbrica che un tempo produceva piombo tetraetilico, prodotto indispensabile per il carburante, ma estremamente dannoso ed inquinante. La fabbrica è esplosa una notte d’inverno e da allora versa in uno stato di abbandono ed è frequentata solo da senzatetto e disperati. Il passaggio non è agevole, cespugli e immondizie costringono deviazioni frequenti, addentro ai cespugli si mischiano miasmi di fogna a cielo aperto, agli odori più diversi di marcio, e ora anche di fumo, di intingoli forti di spezie, di dolciari odori di oppiacei, sono vicino alle abitazioni, o quello che per i senzatetto sono le case. Mucchi di cartoni, zinchi, onduline sorrette la pali, assi, pezzi di ferro, tondini recuperati nei capannoni, teli, lenzuola, panni stesi e fissati in modo da creare un sorta di intimità familiare. Il mio arrivare non è stato silenzioso e anonimo, sono subito fermato da un uomo baffuto, più piccolo di me e chiaramente gitano, mi fa cenno di arrestare, si avvicina, mi squadra ed infine mi chiede cosa voglio. Spiego di esser appena uscito dal carcere, di cercare una sistemazione e allo scopo, per esser più convincente estraggo di tasca due biglietti da dieci mila lire. Mi indica un tugurio di cartone e onduline plastiche, alto un metro e mezzo, due per due metri, la porta è uno straccio sbiadito che svolazza al vento, dentro intravedo una branda di ferro, quelle dei lettini da infermeria con sopra un tappeto. L’idea di passare lì qualche tempo mi inorridisce, ma accetto la locazione per cinque mila lire la settimana, il baffo si trattiene tutto il gruzzolo garantendo per tre settimane. Lì intorno ci sono altre casupole, ma nessun movimento tradisce la presenza di altri inquilini, entro nel tugurio che sarà la mia dimora, per ora, è squallida in tutto, letto, cassetta a fianco, pareti di cartone e nailon, un pagina di un porno appesa ad un chiodo completa l’arredamento. Mollo a terra la sacca e mi sdraio sul tappeto, odora di fumo, di piscio, di cimici, di tutto ciò che non è buono, positivo, l’istinto mi suggerisce di scappare, ma non posso, devo cercare, trovare chi avvelena questa gente già sfigata per dover vivere in queste condizioni. Con questi pensieri mi rigiro un pochino, poi mi appisolo un momento, mi sveglia un fruscio, la scuola di sopravvivenza insegna di controllare ogni mossa per non incappare nell’errore che mi può costare anche la vita, apro piano gli occhi e vedo un cartone muoversi, ricadere e dondolare pian piano, dunque sono spiato. La mia situazione non è certo rosea, se nessuno mi può soccorrere, questa potrebbe essere la mia cassa da morto, una bella cassa di cartone e zinco e nessuno ne saprebbe più nulla. Agitato dalla consapevolezza di essere particolarmente esposto, mi devo dare una mossa e con questo intento esco dalla casa, non sbatto la porta perché porta non ce n’è. Il baffo è lì davanti alla sua dimora, accanto a lui una donna molto giovane dai lineamenti particolari che vedo solo per un attimo, poi lei si vela e sparisce all’interno della casa. Mi avvicino e tento di parlare un po’, dico di aver bisogno di qualcosa per favorire il sonno, qualcosa di forte, non vino, ma grappa o altro, lui chiede quanti soldi posso disporre, tiro fuori altre diecimila lire, l’uomo non fa una piega, si alza e si avvia verso la recinzione, non torna più. Giro un po’, guardo le altre catapecchie che cominciano a popolarsi di altri uomini, stranieri sicuramente, ma muti, nessuno risponde, nessuno mi parla. E’ ormai buio, dentro le case balugina qualche candela, fuori altri preparano il cibo, lo scaldano, facce torve lampeggiano alla fiamma, però io resto isolato, mi rassegno e torno dentro, mi addormento a stento, ho paura. Al mattino mi sveglia una nenia lunga e suadente, ricordo il cartone ondeggiante, mi avvicino, lo alzo e guardo, la donna del baffo mena un mestolo in una padella al fuoco e canta, è carina e sciupata, nostalgica è la sua canzone, son certissimo: è triste. Ancora vestito dal giorno prima esco, mi avvio al cesso comune seguendo l’odore di urina dietro un cespuglio, poi torno, il baffo è lì, seduto come sempre sul ceppo di betulla, manco mi saluta. A mia volta mi siedo davanti la porta sventolante e osservo un uomo avvicinarsi, si dirige sicuro dal baffo che prende i soldi che l’altro gli offre ed entra in casa, riesce con un involucro, lo passa nelle mani del tizio che subito si allontana, così altri vengono e vanno con qualcosa fra le mani, poi la donna, con una grossa borsa esce e si avvia verso l’uscita, torna dopo una mezz’ora con la stessa borsa, ma più pesante, forse con la spesa, penso….. Decido di uscire anch’io, devo comunicare con i miei amici, l’appuntamento è giornaliero e la radio è in macchina, cammino parecchio lungo corso degli Alpini, accuratamente mi soffermo facendo specchio con le vetrine per controllare se sono seguito, e così è, evito di andare alla macchina, cammino fino al sottopassaggio della ferrovia e lì, prima di arrivarci mi infilo in un portone, aspetto che il baffo mi superi e torno indietro, in macchina mi metto in contatto con la centrale,: tutto bene! Rientro al campo con una bottiglia di grappa acquistata al supermercato, me ne butto qualche goccia sulla camicia e ne verso parte in terra e sul tappeto, tanto per dare l’impressione di averne bevuta un po’, torno sedermi al mio posto. In assenza del baffo, la donna fornisce la merce agli avventori, esce e rientra nell’arco di venti minuti, non deve far molta strada a fornirsi di prodotti, penso. Quando calcolo che le scorte siano quasi esaurite, mi alzo e mi allontano, voglio scoprire dove prende e cosa prende in quella borsa. Mi apposto davanti al pertugio della rete, arriva, incrocia il baffo e quasi non si guardano, lui rientra, attendo un attimo per controllare che non cambi idea e la seguo. Cammina verso il sobborgo di Gardolo, poi gira dentro un stradina di campagna, tutte file di meli, d’un tratto entra in un filare, accanto ad un sostegno di cemento intravedo una botola, quelle che servono l’irrigazione, la solleva, si inginocchia ed estrae delle bottiglie, le ripone nella borse e lascia altre bottiglie vuote, presumo, richiude la botola e ritorna. Appiattito fra l’erba la lascio passare, torno su verso il sobborgo e prendo l’autobus per raggiungere la macchina, con essa torno nei filari e aspetto gli eventi. Un furgone VW bianco non tarda ad arrivare, fa manovra e si appresta a riempire in buco con nuova merce, annoto la targa e lo lascio partire. La donna torna a caricare, appena si allontana alzo il coperchio e controllo cosa nasconde: sono bottiglie di liquido, sicuramente di quel fetido prodotto che i derelitti credono grappa, lascio tutto com’era e torno all’accampamento. Frattanto è sera, mi avvicino all’uomo e offro l’ultima parte della bottiglia, lui la beve con avidità, mi chiede quanto l’ho pagata, me ne offre due bottiglie per quella cifra ed io accetto, entra in casupola ed esce con due bottiglie di plastica piene, allungo le dieci mila e rientro. Subito annuso l’intruglio, è quello che cerchiamo, o per lo meno lo spero, ne verso mezza un una buca vicino al piede del letto, riempio l’alta fino all’orlo e come fosse vuota esco tenendola in mano. Chiedo dove ci fosse acqua potabile per la notte, mi indica l’uscita, dopo la fermata del bus, dice e sparisce dentro casa. Esco, guardingo raggiungo la macchina, metto il contenuto della bottiglia in un sacchetto di plastica, chiamo la base e dico dove trovare il prodotto, esco e riempio d’acqua, torno a casa. La notte passa tranquilla, in mattinata riesco a sgattaiolare via e a chiamare la centrale, il prodotto è quello incriminato, il fornitore è un produttore di grappa locale che ha trovato il modo di guadagnare anche sulle teste e le code della distillazione, e che sarebbero venuti a prenderci in giornata. Rientro, l’uomo è lì seduto, come sempre, entro in casa e vedo la sacca ribaltata e svuotata sul letto, non manca nulla, il fondo in cui è celata la mia tessera di riconoscimento, ancora lì, forse cercava i soldi? Mi presento davanti alla sua porta per chiedere spiegazioni, lui non si alza quando entro nella sua casa, sua moglie scappa da una porticina posteriore, non si scompone quando gli do del ladro, e pianta un coltellaccio per terra fra me e lui. Mi ritraggo anche perché lì mi è impossibile raddrizzarmi completamente, esco e torno a sedermi fuori casa. Arrivano silenziosi, come si fa con gli animali bradi, accerchiandoli in silenzio per obbligarli in un sito senza via di scampo, ci mettono tutti insieme, le donne e i piccoli, da una parte e gli uomini dall’altra, subito giunge una ruspa e inizia ad abbattere i tuguri, mi distanzio dagli altri e prego una poliziotta di prendere la moglie del baffo in disparte, l’ho davanti, spaventata a morte mi chiede pietà, di cosa le rispondo, comprende bene l’italiano, è gitana del kosssovo, sposata bambina al baffo, ha fatto le scuole a Roma, ci comprendiamo alla perfezione e scoppia a piangere, è una vita che non lo fa, spiega le privazioni subite con quel uomo, poi mi chiede di tornare in casa, andiamo insieme. Si lancia su una vecchia radio transistor, la lancia a terra con forza, la calpesta di brutto e sorride, dalla scatola escono tante banconote, il forziere del marito, ora lo ha lei, se lo stringe al seno, si gira e mi abbraccia, ricambio in fretta, puzza di spezie da togliere il fiato. Ricca quanto mai, mi segue sul furgone che ci porta in città, mi segue quando ci rilasciano, sale nella mia macchina, accendo a chiedo: come ti chiami? Fatima, risponde, ora abita con noi da anni, non dimenticherò mai il suo abbraccio, solo per l’odore di spezie che si trascinava dietro…. MISTER " G "


martedì 3 novembre 2015

PIER PAOLO PASOLINI, 40 ANNI DALLA MORTE




Viviamo tutti in un illusione, Pasolini diceva distruttiva . Provo' a spiegarlo 40 anni fa che non esistevano più ne il comunismo, ne il capitalismo, ma bensì il consumismo. 
Lui aveva capito che era il consumismo il minimo comun denominatore del mondo moderno e ne intravide pertanto la fine. Da uomo colto e intelligente ha proiettato azioni e reazioni e ha visto il futuro.  Il "Potere", non poteva permettere che venisse detto, descritto meglio, ne da lui ne da chiunque altro come lui. 

L'articolo che vi propongo è l'introduzione di "quel che resta di Pasolini" L'ebook che raccoglie gli articoli del IFQ  scritto da A. Padellaro e pubblicati sullo scrittore morto 40 anni fa 



I "latrati" del caporedattore la mattina dell'omicidio all'Idroscalo di Ostia, il corpo portato subito via, i possibili indizi compromessi dalla folla dei curiosi, il caso chiuso in poche ore con il fermo di Pelosi. E la voce della grande inviata: "Sono Oriana Fallaci. Ascolta bene...". Antonio Padellaro, allora giovane cronista, racconta la scena del delitto del secolo. E i dubbi ancora aperti 40 anni dopo.

 

“Sono Oriana Fallaci. Padellaro, ascolta bene: Pasolini è stato ucciso dai fascisti. DAI FASCISTI, devi scriverlo”. Sarà stato il giorno dopo la scoperta del corpo maciullato all’Idroscalo di Ostia e il telefono sulla mia scrivania nella redazione romana del Corriere della Sera (allora in via del Parlamento) vibrava di rabbia. Lusingato, ma anche intimorito dall’attenzione della grande collega, non sapevo cosa rispondere. Balbettai qualcosa sulle indagini di polizia, cose a cui la voce non era minimamente interessata. Voleva, anzi intimava un titolo sul Corriere dell’indomani, che non ebbe.

In quelle ore non avevamo alcun elemento di fatto per scrivere che Pier Paolo Pasolini era stato vittima di un agguato fascista, ma solo il sesto senso della Fallaci che virgolettai fedelmente. Non mi cercò più.

Non avevamo alcun elemento per scrivere che era stato vittima di un agguato fascista, ma solo il sesto senso della Fallaci che virgolettai fedelmente. Non mi cercò più
La mattina del 2 novembre 1975, fui buttato giù dal letto dai latrati inconfondibili di un redattore capo che usava l’espressione “cazzo” come normale convenevole sostitutivo di buongiorno e buonasera: “Cazzo – urlava –, corri subito a Ostia, hanno ammazzato Pasolini ”.
Al Corriere ero una specie di ragazzo di bottega addetto alla compilazione di certi microscopici articoletti che solo eccezionalmente potevo siglare con le iniziali A.P., e di cui molto mi gloriavo. Come mai, allora, il più grande giornale italiano, in grado di schierare un arsenale di prestigiose firme, di inviati specialissimi, di celebri scrittori ricorreva all’ultima ruota del carro per raccontare il delitto del secolo? La morte violenta del suo collaboratore più scandaloso e controverso, chiamato da Piero Ottone nel tempio bigotto di via Solferino, l’autore di quella rivelazione sul pozzo nero italico che dice: “Cos’è questo golpe? Lo so. Ma no ho le prove”. Perché proprio io? Me lo sono domandato spesso e mi sono dato l’unica risposta possibile: quel 2 novembre era un giorno festivo e nessun altro aveva risposto al telefono.

Sono trascorsi quarant’anni e non dirò che ricordo tutto perfettamente. Ma qualcosa sì. Da qualche anno, in via dell’Idroscalo di Ostia, nel luogo dove fu ucciso Pasolini, c’è un parco ben curato, impreziosito da un monumento alla scrittore e da citazioni dei suoi libri incise su lastre di marmo. Quel giorno mi trovai a camminare su uno sterrato impastato di fango e sangue. Il cadavere era già stato portato via ma per la polizia scientifica la minuziosa ricostruzione di quanto accaduto nella notte sarebbe stata ancora possibile. Prima, naturalmente, che la folla di persone accorse alla notizia e lasciate libere di sostare e passeggiare, come visitatori di una mostra, calpestassero e cancellassero ogni segno e impronta utili alle indagini. A ben guardare, le stazioni di quella via crucis erano unite da un filo rosso. Un pezzo di legno strappato alla staccionata macchiato di materia cerebrale.

Il solco circolare degli pneumatici dell’Alfa Gt di Pasolini e l’avvallamento lasciato dal corpo investito e schiacciato dall’assassino messosi al volante. Tutt’intorno, frammisti allo sfasciume della risacca una fioritura di fazzoletti di carta con il dna di prostitute e clienti che lì ogni notte si appartavano, e chissà anche dei massacratori, se ad agire era stato più di uno. Con l’arrivo delle telecamere Rai, i testimoni si fecero volentieri avanti. “L’ho trovato io”, sosteneva la signora Maria, “erano le sei e trenta e ho visto quella cosa in mezzo alla strada mi sono avvicinata ed era un corpo”. La processione degli amici. Alberto Moravia che ripeteva sgomento: “E’ una cosa orribile orribile”. Ninetto Davoli: “Non ci sono parole, era le persona più buona del mondo”. Mentre un tizio con un grosso cane al guinzaglio distillava massime di vita: “Se scherzi cor foco prima o poi t’abbruci”. La tesi dell’intellettuale comunista e frocio che aveva avuto il benservito circolava già indiscutibile. Qualche passo oltre alcuni ragazzotti con i rayban d’ordinanza osservavano e ridacchiavano.

Per non prendere buchi cercavo di origliare i commenti dei cronisti di nera del Messaggero, del Tempo, di Paese Sera, vecchi lupi di mare che facevano capannello. Uno lo conoscevo, divideva i moventi dei delitti di sangue in due categorie dello spirito: robba de pelo e robba de culo. Non poteva avere dubbi.


Tornato in redazione, trovai montagne di agenzie. A uccidere Pasolini era stato un giovane prostituto, Pino Pelosi, fermato dalla polizia a bordo dell’Alfa rubata. Aveva reso piena confessione. Un rapporto omosessuale finito male. Tutto chiaro. Caso chiuso.

Invece non era chiaro quasi nulla. E non mi riferisco alle successive ritrattazioni di Pelosi e alle contro inchieste condotte dagli amici del poeta con l’aiuto di esperti e avvocati: un puzzle delle tante omissioni e menzogne, ricostruito nel 1995 da Marco Tullio Giordana nel film “Pasolini un delitto italiano”. 



Anche a me cronista per caso, sembrava tutto strano. Il ritrovamento di Pasolini che risale alle sei e trenta del mattino ma i primi giornalisti che arrivano quando il corpo è stato portato via da ore. La scena del delitto violata e inservibile.


La tesi dell’omicidio a sfondo sessuale, subito proclamata dagli inquirenti senza se e senza ma. Fu davvero un agguato fascista come disse Oriana Fallaci? Dopo tanti anni, l’ipotesi più realistica ma non dimostrabile in sede giudiziaria (“Io so. Ma non ho le prove”) collega l’eliminazione dell’intellettuale più odiato dai poteri marci che assediavano il Paese (la P2, le trame nere) a qualcosa di più oscuro e complesso di una lite con un marchettaro. In quell’epoca, dare la colpa ai fascisti era in fondo una semplificazione quasi apodittica. Per lei che allora era la compagna di Alexandros Panagulis, imprigionato e torturato dai colonnelli greci non era facile liberarsi dall’angoscia dell’uomo nero. Poi, Oriana, ha vissuto altre vite e altre opinioni. Chissà che cosa scriverebbe oggi?

A.P



"Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese è speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale.-"Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, 1975


Annamaria



domenica 1 novembre 2015

TI AUGURO TEMPO


Il tempo scorre in fretta e di quello che rimane dobbiamo circondarci di persone che ci vogliono bene.





Non ti auguro un dono qualsiasi, 
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.

Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere; 
se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa.



Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre, 
ma tempo per essere contento.

Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti
e non soltanto per guardarlo sull’orologio.

Ti auguro tempo per guardare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.

 Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.

Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.

Ti auguro tempo anche per perdonare.

Ti auguro di avere tempo per la vita.




Elli Michler, poetessa tedesca, nasce nel 1923 a Wurzug. Viene da una famiglia di commercianti. Frequenta una scuola religiosa, ma con l’avvento del Nazismo questa viene chiusa ed è costretta a continuare privatamente gli studi. Poco dopo l’inizio della seconda guerra mondiale è arruolata nella Wurzburg Industry Association. Alla fine della guerra lavora per la ricostruzione dell’Università della sua città e incontra il futuro marito. Dopo la nascita di una figlia si trasferisce prima a Hesse e poi a Bad Homburg. Nel marzo 2010 ottiene la Croce al Merito per il suo lavoro di poetessa. Nella motivazione del premio si legge: “ Il premio è un segno di apprezzamento e incoraggiamento per il sostegno che date a molti lettori attraverso il vostro modo di guardare alla vita…”
Annamaria