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sabato 14 settembre 2013

GIA' LETTI, MA SEMPRE GODIBILI



DOLCE RISVEGLIO




 
Un lussurioso immenso parco verde

un accogliente antico castello

di fronte ad un incantevole mare.

Tu mia principessa ed io tuo principe

in quegli spazi estesi abitavamo

riveriti da rispettosi solerti governanti.


Arabi cavalli dalla testa affusolata

e collo elegante, sellati per noi,

guidavamo per i sentieri frondosi

ora al galoppo, poi come a passo di danza

deliziosamente fianco a fianco.


Una sosta ristoratrice alla fonte leonina

mentre si abbeveravano i magnifici corsieri

noi a braccia nude e mani cave

ci lanciavamo freschi getti d’acqua

come ragazzini giocherelloni.


Passione e amore, dolci come non mai

mescolati nel profumo della brezza marina,

il musicale stormire delle foglie

e  versi e canti della fauna selvaggina

tutto amore mio era divino.


Oh, i puntuali toni della sveglia,

è l’ora degli abituali doveri…

Che brusco risveglio!

Ma sono ugualmente felice

nell’osservarti che mi conforta

tanto notare; eri bella nel sogno,

e non meno ora appena sveglia.

PINO

venerdì 24 maggio 2013

GIA' LETTI MA SEMPRE GODIBILI...



SENZA PIU' CATENE - di AIR -


Chiudendo la porta
del mio passato

catene ancorate
nel mio cuore

cassetti di ferite
che all'aria fan rumore

le lascio scivolare
riprendendo il mio volo

pensieri sbiaditi
ricordi lontani nel tempo
volo senza più catene

come il fiume
abbraccia il suo mare

m'immergo nella luce
immensa dei tuoi occhi

occhi profondi e intensi
stelle luminose della notte

in un viso dolce
pieno di semplicità

infinito calore
all'anima mia da

purezza dell'anima tua
maestrale che infuria

svuotando quella nebbia
passato mio di ieri

volo nel cielo
limpido immenso

per tuffarmi nel tuo cuore
fuoco sempre ardente

del tuo giovane
immenso vero amore.

Enzo "Airone"


giovedì 28 marzo 2013

GIA' LETTI MA SEMPRE GODIBILI.

GIOVEDI SANTO - PER RIFLETTERE, I cristiani ancora perseguitati



 . Toni Capuozzo è un grandissimo giornalista capace di spaziare tra servizi di guerra e inchieste di cronaca. E' stato nei luoghi caldi del mondo, li ha raccontati mettendoci il cuore e l’anima. Tre anni fa ha dedicato una  puntata di "Terra" all' argomento spesso dimenticato: le violenze subite dai credenti cristiani in tutto il mondo 

 









Il giorno del Giovedì Santo è riservato a due distinte celebrazioni liturgiche, al mattino nelle Cattedrali, il vescovo con solenne cerimonia consacra il sacro crisma, cioè l’olio benedetto da usare per tutto l’anno per i Sacramenti del Battesimo, Cresima e Ordine Sacro e gli altri tre oli usati per il Battesimo, Unzione degli Infermi e per ungere i Catecumeni.
A tale cerimonia partecipano i sacerdoti e i diaconi, che si radunano attorno al loro vescovo, quale visibile conferma della Chiesa e del sacerdozio fondato da Cristo; accingendosi a partecipare poi nelle singole chiese e parrocchie, con la liturgia propria, alla celebrazione delle ultime fasi della vita di Gesù con la Passione, morte e Resurrezione.
Nel tardo pomeriggio c’è la celebrazione della Messa in “Cena Domini”, cioè la ‘Cena del Signore’. Non è una cena qualsiasi, è l’Ultima Cena che Gesù tenne insieme ai suoi Apostoli, importantissima per le sue parole e per gli atti scaturiti; tutti e quattro i Vangeli riferiscono che Gesù, avvicinandosi la festa degli ‘Azzimi’, chiamata Pasqua ebraica, mandò alcuni discepoli a preparare la tavola per la rituale cena, in casa di un loro seguace.
La Pasqua è la più solenne festa ebraica e viene celebrata con un preciso rituale, che rievoca le meraviglie compiute da Dio nella liberazione degli Ebrei dalla schiavitù egiziana (Esodo 12); e la sua celebrazione si protrae dal 14 al 21 del mese di Nisan (marzo-aprile).
In quella notte si consuma l’agnello, precedentemente sgozzato, durante un pasto (la ‘cena pasquale’) di cui è stabilito ogni gesto; in tale periodo è permesso mangiare solo pane senza lievito (in greco, azymos), da cui il termine ‘Azzimi’.
Gesù con gli Apostoli non mangiarono solo secondo le tradizioni, ma il Maestro per l’ultima volta aveva con sé tutti i dodici discepoli da lui scelti e a loro parlò molto, con parole che erano di commiato, di profezia, di direttiva, di promessa, di consacrazione.
Il Vangelo di Giovanni, il più giovane degli Apostoli, racconta che avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine, e mentre il diavolo già aveva messo nel cuore di Giuda Iscariota, il seme del tradimento, Gesù si alzò da tavola, depose le vesti e preso un asciugatoio se lo cinse attorno alla vita, versò dell’acqua nel catino e con un gesto inaudito, perché riservato agli schiavi ed ai servi, si mise a lavare i piedi degli Apostoli, asciugandoli poi con l’asciugatoio di cui era cinto.
Si ricorda che a quell’epoca si camminava a piedi su strade polverose e fangose, magari sporche di escrementi di animali, che rendevano i piedi, calzati da soli sandali, in condizioni immaginabili a fine giornata. La lavanda dei piedi era una caratteristica dell’ospitalità nel mondo antico, era un dovere dello schiavo verso il padrone, della moglie verso il marito, del figlio verso il padre e veniva effettuata con un catino apposito e con un “lention” (asciugatoio) che alla fine era divenuto una specie di divisa di chi serviva a tavola.
Quando fu il turno di Simon Pietro, questi si oppose al gesto di Gesù: “Signore tu lavi i piedi a me?” e Gesù rispose: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”; allora Pietro che non comprendeva il simbolismo e l’esempio di tale atto, insisté: “Non mi laverai mai i piedi”. Allora Gesù rispose di nuovo: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” e allora Pietro con la sua solita impulsività rispose: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”.
Questa lavanda è una delle più grandi lezioni che Gesù dà ai suoi discepoli, perché dovranno seguirlo sulla via della generosità totale nel donarsi, non solo verso le abituali figure, fino allora preminenti del padrone, del marito, del padre, ma anche verso tutti i fratelli nell’umanità, anche se considerati inferiori nei propri confronti.
Dopo la lavanda Gesù si rivestì e tornò a sedere fra i dodici apostoli e instaurò con loro un colloquio di alta suggestione, accennando varie volte al tradimento che avverrà da parte di uno di loro, facendo scendere un velo di tristezza e incredulità in quel rituale convivio.
“In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà”, gli Apostoli erano sgomenti e in varie tonalità gli domandarono chi fosse, lo stesso Giovanni il discepolo prediletto, poggiandosi con il capo sul suo petto, in un gesto di confidenza, domandò: “Signore, chi è?”. E Gesù commosso rispose: “È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò” e intinto un boccone lo porse a Giuda Iscariota, dicendogli: “quello che devi fare, fallo al più presto”; fra lo stupore dei presenti che continuarono a non capire, mentre Giuda, preso il boccone si alzò, ed uscì nell’oscurità della notte.
Questa scena del Cenacolo è stata in tutti i secoli soggetto privilegiato di tanti artisti, che l’hanno efficacemente raffigurata, generalmente con Gesù al centro e gli Apostoli seduti divisi ai due lati, con Giovanni appoggiato col capo sul petto e con il solo Giuda seduto al di là del tavolo, di fronte a Gesù, che intinge il pane nello stesso piatto. L’atteggiamento di Gesù e degli Apostoli è sacerdotale, ma con i volti che tradiscono il dramma che si sta vivendo.
Dopo l’uscita di Giuda, il quale pur ricevendo con il gesto cordiale e affettuoso il boccone intinto nel piatto, che in Oriente era segno di grande distinzione, non seppe capire, ormai in preda all’opera del demonio, l’ultimo richiamo che il Maestro gli faceva, facendogli comprendere che lui sapeva del tradimento ordito d’accordo con i sacerdoti e del compenso pattuito dei trenta denari; Gesù rimasto con gli undici discepoli riprese a colloquiare con loro.
I discorsi che fece, nel Vangelo di S. Giovanni, occupano i capitoli dal 13 al 17, con argomenti distinti ed articolati, dagli studiosi definiti ad ‘ondate’ perché essi sono ripresi più volte e in forme sempre nuove; ne accenneremo i più importanti.
“Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri”.
E a Pietro che insisteva di volerlo seguire, assicurandogli che era disposto a dare la sua vita per lui, Gesù rispose: “Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non mi abbia rinnegato tre volte”.
Il discorso di Gesù prosegue con una promessa “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Io vado a prepararvi un posto; ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via”.
Il concetto del ‘posto’ o della casa che ci aspetta, risente dell’antica concezione che si aveva dell’aldilà, come una abitazione dove i defunti prendevano posto. Così nell’Apocalisse, il cielo era immaginato come una casa al cui centro stava il trono di Dio, circondato dalla corte celeste e dalle dimore dei giusti e dei santi. Anche nei testi rabbinici si legge che le anime saranno introdotte nell’aldilà, in sette dimore distinte per i giusti e sette per gli empi.
A Tommaso che gli chiede: “Se non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?”, Gesù risponde con un’altra grande rivelazione: “Io sono la Via, la Verità, la Vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. E a Filippo che chiede di mostrare loro il Padre, Gesù ribadisce la profonda unità e intimità fra lui e Dio Padre.
Le sue parole e le sue opere di salvezza sono animate e sostenute dal Padre, che parla e opera nel Figlio. A questo punto Gesù, per la prima delle cinque volte che pronuncierà nei suoi discorsi di quella sera, nomina il ‘Consolatore’ traduzione del termine greco “paraklitos” (Paraclito), che solo nel Vangelo di Giovanni designa lo Spirito Santo; cioè il dono dello Spirito che sostiene nella lotta contro il male e che rivela la volontà divina; riservato ai credenti e che continuerà l’opera di Gesù dopo la sua Risurrezione.
“Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto. Vi lascio la pace, vi dò la mia pace. Non come la dà il mondo, io la dò. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi…”.
I Vangeli di Matteo, Marco e Luca dicono poi che “Gesù mentre mangiava con loro, prese il pane e pronunciata la benedizione, lo spezzò e lo distribuì agli apostoli dicendo: “Prendete questo è il mio corpo”, poi prese il calice con il vino, rese grazie, lo diede loro dicendo: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti”.
Gesto strano, inusuale, forse non subito capito dagli Apostoli, ma che conteneva il dono più prezioso che avesse potuto fare all’umanità: sé stesso nel Sacramento dell’Eucaristia e con il completamento della frase: “fate questo in memoria di me”, riportata da Luca 22,19, egli istituiva il sacerdozio cristiano, che perpetuerà nei secoli futuri il sacrificio cruento di Gesù, nel sacrificio incruento celebrato ogni giorno ed in ogni angolo della Terra, con la celebrazione della Messa.
Inoltre rivolto a Pietro, ancora una volta lo indica come capo della futura Chiesa e primo fra gli Apostoli: “Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano, ma io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede; e tu una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”, cioè di essere da sostegno agli altri nella fede; con ciò Gesù è sempre con lo sguardo rivolto oltre la sua morte e delinea il futuro della Chiesa.
Nel prosieguo del suo discorso, Gesù ammaestra gli Apostoli con altra similitudine, quella della vite e dei tralci: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto lo pota, perché porti più frutto…. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neppure voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla…”.
Poi preannuncia le persecuzioni e le sofferenze che saranno loro inflitte per causa sua: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me… Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono Colui che mi ha mandato”. “ Vi scacceranno dalle sinagoghe, anzi verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà, crederà di rendere culto a Dio”.
Infine dopo altre frasi di consolazione e rassicurazione dell’aiuto del Padre attraverso di Lui, Gesù conclude la lunga cena, con quella che nel capitolo 17 del Vangelo di S. Giovanni, è stata chiamata da s. Cirillo di Alessandria “la preghiera sacerdotale”, vertice del testamento spirituale, racchiuso nei ‘discorsi d’addio’ fatti quella sera.
È una bellissima invocazione al Padre per raccomandargli quegli uomini, capostipiti di una nuova Chiesa, che hanno creduto in lui, tranne uno, perché veramente Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre, e lo hanno seguito lungo quegli anni, assimilato i suoi insegnamenti, disposti con l’aiuto dello Spirito, a proseguire il suo messaggio di salvezza.
Ecco perché la Chiesa celebra oltre l’Istituzione dell’Eucaristia, anche l’Istituzione dell’Ordine Sacro; è la “festa del sacerdozio cristiano” e della fondazione della Chiesa.
Per concludere queste note sul Giovedì Santo, ricordiamo che Gesù dopo la cena, si ritirò nell’Orto degli Ulivi, luogo abituale delle sue preghiere a Gerusalemme, in compagnia degli Apostoli, i quali però stanchi della giornata, delle forti emozioni, della cena, dell’ora tarda, si addormentarono; più volte furono svegliati da Gesù, che interrompeva la sua preghiera: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”; “Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole”; “Basta, è venuta l’ora: ecco il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori: alzatevi e andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino”.
Era cominciata la ‘Passione’ che la Chiesa ricorda il Venerdì Santo; i riti liturgici del Giovedì Santo si concludono con la reposizione dell’Eucaristia in un cappella laterale delle chiese, addobbata a festa per ricordare l’Istituzione del Sacramento; cappella che sarà meta di devozione e adorazione, per la rimanente sera e per tutto il giorno dopo, finché non iniziano i riti del pomeriggio del Venerdì Santo.
Tutto il resto del tempio viene oscurato, in segno di dolore perché è iniziata la Passione di Gesù; le campane tacciono, l’altare diventa disadorno, il tabernacolo vuoto con la porticina aperta, i Crocifissi coperti.
Nella devozione popolare dei miei tempi di ragazzo, le madri raccomandavano ai figli di non giocare, di non correre o saltare, perché Gesù stava a terra nel “sepolcro”, nome erroneamente scaturito al tempo del Barocco e indicante l’”altare della reposizione”, dove è posta in adorazione l’Eucaristia.

Autore: Antonio Borrelli


Spunti bibliografici a cura di LibreriadelSanto.it


;Annmaria...a dopo 


lunedì 18 giugno 2012

GIA' LETTI MA SEMPRE GODIBILI

LE RIFLESSIONI DI CIPRIANO- "REMEMBER VIETNAM"


Se domandate ad un ragazzo di oggi cosa gli ricorda
il Vietnam, i più preparati in geografia vi diranno che è
una nazione dell’Estremo Oriente, che confina con la
Cina e che ha come capitale Hanoi.
Non vi diranno molto di più.
Ma se la stessa domanda la fate ad una persona che
ha ormai passato il mezzo secolo, magari già con una
calvizie avanzata e prorompente pancetta o, se più
fortunati, con i capelli che iniziano con un tocco di
fascino a divenire brizzolati e sempre più imbiancati,
i suoi occhi si faranno brillanti perché per un ragazzo
della fine degli anni sessanta, quelli mitici, il Vietnam
è stato un caso di coscienza, quella coscienza sociale
che si iniziava a formare nei ragazzi di allora, già alle
prese con quella rivolta morale e sociale che fu
sicuramente il sessantotto, aldilà di come lo si voglia
interpretare o colorare.
Oggi i pur sanguinosi e numerosi conflitti sparsi per il
mondo (in alcune zone sono impegnati i nostri soldati),
sembrano quasi scivolare sulla mediocrità del
quotidiano come l’acqua sullo specchio, mentre allora
tra noi giovani e giovanissimi quella pur lontanissima
guerra era dibattito quotidiano.
Il conflitto in Vietnam rimase sicuramente la guerra
più discussa e problematica dalla fine della seconda
guerra mondiale.

  
Fu una guerra polarizzata per la prima volta
dall’attenzione mediatica e per questo a lungo
discussa e criticata in tutto il mondo; un passaggio
sanguinoso dal colonialismo europeo ad una nuova
forma di controllo politico. Era il neocolonialismo che le
due Superpotenze dell’epoca della Guerra Fredda,
gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, cercavano di
esercitare per spostare a proprio vantaggio gli equilibri
della contrapposizione.
Fu l’unica guerra che costò agli Stati Uniti una sconfitta
militare, profondamente ricordata all’interno dell’opinione
pubblica mondiale ma soprattutto americana, come uno
sbaglio irrimediabile.
A quell’epoca i sentimenti contro la guerra iniziarono a
crescere con molti americani che si opponevano alla
guerra per questioni morali, vedendola come un conflitto
distruttivo contro l’indipendenza vietnamita, o come un
intervento in una guerra civile straniera; altri la opposero
perché sentivano che mancava di obiettivi chiari ed
appariva come non vincibile.
Alcuni dei più convinti attivisti per la pace furono gli
stessi veterani del Vietnam, molti dei quali eroi
pluridecorati per azioni di guerra.
L’opposizione alla guerra su piccola scala iniziò
nel 1964 nei campus delle Università.
Ciò avvenne durante un periodo senza precedenti di
attivismo politico studentesco, e con l’arrivo all’età
dell’università della numerosa generazione dei cosiddetti
“Baby boomers” (figli del boom economico).
La crescente opposizione alla guerra fu attribuibile in
parte al più ampio accesso alle informazioni sul conflitto
disponibile agli statunitensi in età universitaria, se
confrontato con quello delle generazioni precedenti,
soprattutto grazie all’estesa copertura televisiva, ed
aumentò quando si seppero le reali cifre dei caduti
americani, che alla fine del conflitto furono più di 50 mila.
Le vittime civili, nord e sud vietnamite, superarono le 3,5
milioni di persone.

La cosa che scosse e che colpì le coscienze di tutti,
anche a distanza di quarant’anni, fu l’astiosa indifferenza
quando non ostilità dei connazionali a cui  furono oggetti
i soldati americani che ritornavano a casa.
Fu tristissimo ed in seguito fonte di enormi problematiche
sociali che ancor oggi molti americani pagano, vedere
quei ragazzi, molti dei quali partiti con le migliori idee
patriottiche, prima e sfuggiti poi  all’inferno delle giungle
vietnamite, alla fatica ed al sangue delle imboscate
quotidiane, all’odore della morte, sentirsi in patria
equiparati a piccoli delinquenti falliti.
Fu uno scontro sociale e morale che sanguina sempre
per chi ancora ricorda …E sono tanti.
Di quell’epoca, memorabili sono le canzoni legate a
quell’epopea: Blowin’ in the wind e Masters of war
di Bob Dylan, The End dei Doors, Eve of destruction,
Surfi n’Bird dei The Trashmen, Hello Vietnam di Johnnie
Wright, Born in the Usa di Bruce Springsteen, Joan Baez
fino al nostro Gianni Morandi con C’era un ragazzo che
come me amava i Beatles ed i Rollig Stones.
Anche la cinematografia ci ha regalato film indimenticabili
come Full Metal Jacket, Apocalypse Now con la splendida
ed incancellabile scena d’attacco degli elicotteri mentre il
sole tramonta con sottofondo la “Cavalcata delle Valchirie”;
Il cacciatore, Platoon, Hamburger Hill, Nato il 4 luglio,
Vittorie perdute, Vittime di guerra, Good Morning Vietnam,
sino all’antesignano superpatriottico  John Wayne ed il suo
Green Berets (Berretti Verdi).
Un omaggio a quell’epoca fatta di speranze colorate di
arcobaleno, un ricordo alle giovani vite spezzate, ad
una società che volevamo più giusta in un futuro di
libertà senza violenza e povertà.
…Ma eravamo tanto giovani …
(consentitemi una lacrimuccia)  …Good-bye Vietnam
       Cipriano









Annamaria...a dopo

domenica 10 giugno 2012

GIA' LETTI MA SEMPRE GODIBILI





DONNE IN RINASCITA 



Vi propongo questo video di Jack Folla( un dj nel braccio della morte), io mi ci ritrovo tutta!
E non penso di peccare di presunzione se asserisco che qualsiasi donna lo legga ci si ritrovi.
Noi, più dell'altra metà del cielo, noi un esercito di formichine, di api operaie, sempre disponibili, accomodanti, sempre pronte a non considerare i nostri bisogni perchè ci sono sempre quelli degli altri più urgenti, non procastinabili, più seri! E così giorno dopo giorno sbiadiamo come antiche foto, facendo della sofferenza, del sacrificio, dell'abnegazione, della rinuncia le nostre sorelle di viaggio. Si muore un pezzetto al giorno... Ma, e qui sta la forza, più precipitiamo più riceviamo una spinta verso l'alto proporzionale al tonfo. E' un lavoro faticoso: ci si mette in discussione, in dubbio, ci si analizza, ci si condanna, ci si ferisce...ci vuole coraggio molto coraggio! Molto spesso appare più comodo l'adattamento perchè è socialmente accettato, non crea conflitti, imbarazzi, verdetti, scontri, graffi dentro l'anima.
Potremmo...certo potremmo, ma io non ve lo consiglio, scegliete sempre la dignità, la libertà, la gioia, le emozioni, la vita. Certo anche gli uomini possono e...sarebbe bellissimo.

Vera











mercoledì 30 maggio 2012

GIA' LETTI MA SEMPRE GODIBILI...





Cari amici, questo è un articolo che ho proposto in altro blog ,"POVERI MA FELICI",, nel giugno del 2009. Voglio cosi ricordare a "Lieta", dopo il suo commento di ieri, che la mia amica Rosaria non commentava solo le mie "ridicolaggini." Ridicolaggini che proponevo "diversa" per trascorrere una serata in chat all'insegna dell' allegria e spensieratezza, dove tu, Lieta, partecipavi con divertimento...eh eh Lieta...facci conoscere il tuo bel faccino! Guarda nella foto sotto che visi sorridenti in occasione di un incontro conviviale con gli amici eldyani. Ma come puoi stare sempre "celata" dietro a un pc? Apriti agli abbracci e strette di mano, reali...


Ciao, Lieta, simpaticona!

 

POVERI MA FELICI

(articolo del 3 giugno 2009)
Leggevo, nei giorni scorsi, che da una statistica emerge che il Kenya (e molti altri paesi africani) presenta un tasso di felicità della popolazione molto elevato,
mentre nei paesi occidentali si registrano i più alti livelli di depressione al mondo (basti guardare ad esempio le statistiche dei suicidi, dove il nord Europa detiene il primato mondiale)…. .
Come è possibile, mi domando ,che in molti paesi poveri ,la gente ,
pur vivendo in condizioni peggiori, è molto più felice delle popolazioni occidentali che vivono nell’abbondanza materiale?
Forse sono rassegnati e convive in loro il vero senso sociale,soffrendo e morendo di guerre e fame e si tengono uniti nella disperazione.
I fattori saranno tanti , può essere che ancora non hanno perso il senso della semplicità sapendo apprezzare quello che la vita gli regala,senza bisogno ,come da noi, di continui artefizi per illuderci di stare bene ed essere i migliori in un continuo inseguire il …niente !
Siamo ingabbiati..? gabbie dorate, ma sempre gabbie ?
Vedi le quattro mura (si fa per dire), le auto ; se ci giriamo attorno che vediamo?
La macchina è una gabbia,..i cellulari di cui non possiamo farne a meno,sempre con la testa china a scrivere,sono gabbie ,ci vediamo con gli amici e cerchiamo un’altra gabbia in cui chiuderci..si vero parliamo anche fuori, ma una città cos’è? Una gabbia.
Questo può essere un mio punto di vista.
Chi nasce come noi nel mondo civilizzato certe sfumature le perde.
E’ come chiedersi del perché i bambini giocano con i sassi e ridono….perché sono liberi,non vivono in nessuna gabbia, anche se ci sono dentro.
.Chissà cosa pensano quelli del Kenya di noi !
.Sarà che chi è ricco diventa viziato e non si accontenta più di quello che ha, a differenza del povero che riesce ad apprezzare anche le piccole cose della vita.?.
Cosa ne pensate?
(Annamaria-Eldyna)
Commento di ROSARIA



rosaria3.NA scrive:
Eldyna, ad una prima lettuta sembra paradossale quello che scrivi, ma riflettendoci un attimo….è proprio così. Loro non hanno termini di paragone x desiderare qualcos’altro, percio’ si adeguano a cio’ che hanno. Molto poco, è vero, ma noi che abbiamo molto di più….siamo sereni e felici? Mah, chissà!!!Con cio’ non voglio dire che loro vivono meglio di noi, sarebbe una eresia, ma che cio’ dovrebbe portarci a riflettere. Grazie Eldyna x averci permesso di farlo, almeno x qualche minuto.

Cliccate il link sotto


Annamaria... a dopo

sabato 19 maggio 2012

GIA' LETTI MA SEMPRE GODIBILI...





Questo racconto di Enzo è già stato pubblicato il 4-02-2010. .. pescato a caso dall'archivio del blog!









Finito il film alla TV, Melania si avviò in camera, Si parò davanti allo specchio e si guardò; alzò le braccia e si diede una stiracchiata. Poi alzò le sopracciglia, cacciò la lingua e farfugliò: “Eccoti qua, ventotto anni, carina; mamma e papà sono in paradiso: ti ritrovi con una casa e un vitalizio. Ma sei sola, Lo studente biondo ‘ ti voleva e tu dicesti che era più giovane di te…e non lo volesti; il vigile del fuoco ti fece una corte serrata …e tu, non lo accettasti…dicesti che il suo lavoro era rischioso…: lo so, l’hai fatto per amore di mamma e papà: brava…brava.” Avvertiva tutto il peso della solitudine, in verità non si era mai innamorata di nessuno: e quindi ignorava perfino l’ondata di emozione di un bacio. Ma dentro di lei la speranza di trovare un lui non l’aveva mai abbandonata. Stette con una mano sul fianco, punto l’indice dell’altra mano verso la sua l’immagine nello specchio e la minacciò: “Se ti arrendi, giurò che ti tirerò le orecchie finché campi.” Si infilò il pigiama; diede un lungo respiro e si infilò sotto il lenzuolo. Bofonchiò quando lanciò lo sguardo alla sveglia: mancava un quarto alla mezzanotte. Melania sotto il lenzuolo avverti tutto il dominio del silenzio. La notte era silenziosa e mite; la luna piena illuminava la camera con un candido fascio di luce. Melania cadde in pochi minuti in un sonno profondo. Scuoteva leggermente il viso e le sue labbra emettevano incomprensibili sbuffi seguiti da gemiti e piccoli lamenti: aveva cominciato a sognare: si trovava sola a percorrere un viottolo che fiancheggiava un campo di girasoli. Un sole splendido attirava i fiori; faceva caldo. Lei si fermò; portò una mano alla fronte per ripararsi dal fulgore solare. poi girò lo sguardo verso il campo di girasoli, Quei fiori sembravano ubbidire a un dettame, a vederli fermi, dritti nella loro fierezza. Abbassò la mano e chiuse gli occhi per assaporare la carezza del calore del sole; si girò e vide un gruppo di donne che venivano verso di lei: era un confabulare incomprensibile, e una volta vicino a lei, sorridevano parlando sottovoce; Ebbe la sensazione di essere derisa.. “Tranne qualcuna, le altre non sono tue amiche” esordì l’uomo, con voce morbida e chiara. Lei si voltò: l’uomo, sulla trentina, era di bell’aspetto, i capelli corti e castani. “Mi ha quasi spaventata.” “Ha ragione, mi scusi, la prego si rilassi ora. Le assicuro che sono una persona rispettabile e sono anche il proprietario di tutti quei girasoli che lei può ammirare. Mi permetta, lei è una donna graziosa, se li porta bene i suoi anni. E stia certa che non le chiederò l’età.” Lei replicò subito:”Lo credo bene come persona rispettabile e spero anche galante, perché se per caso lei non è come dice di essere, le conviene sparire.” L’uomo, si affrettò a chiarire: “Caspita, che tipo, devo ammettere che è un vero e proprio peperino.” “Non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno, sono fatta così.” Si avvide che sul volto dell’uomo aleggiava un sorriso. E Melania si affrettò ad aggiungere: “ Sono un po’ piccola di statura, ma ho un certo temperamento.” “Forse serve per compensare la figura” esclamò l’uomo. “Mi lasci dire, e non si offenda ,mi creda, intendo dire…se un braccio venisse a mancare per, che so, un incidente, l’altro tende a rinforzarsi.” “Lo credo anch’io. Comunque, mi sarebbe piaciuto essere un po’ più alta” disse lei. “Ma non ne ho mai fatto un problema…e di problemi ne ho proprio tanti.” “Tutti hanno dei problemi” proferì l’uomo, con serietà. “E lei ha…un problema, ma più che un problema , le manca una cosa molto importante.” “Non credo proprio” ribattè lei. “E cosa mi mancherebbe?” “Un LUI, Le manca ‘l’uragano dentro’ ; ha tutta l’Ansia di Amare, come ce l’hanno tutti, ma le manca un Lui da mettere qui.” Così dicendo l’uomo portò la mano all’altezza del petto. “Tutti si affannano nella ricerca di qualcuno.” Melania si sentì disorientata; era come se quel tipo le avesse riconosciuto un difetto o un errore commesso. Girò il viso di lato e lo guardò di sbieco; pensò che quel tizio le stesse raccontando frottole; gli disse mugugnando che quella “Ansia Dentro” non le stimolava alcuna ricerca. E quelle ‘cose’ erano tutte fisime da ragazzine. “Lei è come uno di quelli” dichiarò l’uomo indicando i girasoli nel campo. Melania rispose, un po’ risentita: “Cosa?, secondo me le manca qualche rotella qui”. Io un girasole?!” e cosi dicendo portò l’indice alla tempia. E l’uomo spiegò: “Ascolti, questi girasoli sono tutte Anime che in vita hanno avuto la fortuna di amare…” Melania rimase per alcune attimi con la bocca semiaperta, poi proruppe: “Eh no, di nuovo con queste cretinate, la smetta!” Gli parlava calma e incredula, convinta che quell’uomo le stesse propinando ancora frottole. Ma nello stesso tempo era incuriosita. E l’uomo riprese: “… sono Anime che in vita amavano e poi un fatto ‘tragico’ glielo ha impedito, come per esempio …una malattia incurabile …un incidente d’auto; insomma sono scomparse per un fatto tragico. Ebbene, queste anime che non hanno potuto amare in vita … “Ehm, dice delle cose pazzesche, ma…voglio ammettere, ma solo per ipotesi, che sia come dice lei. Mi dica, queste ‘anime’,soffrono?” “No, non è una vera e propria sofferenza, ma hanno un gran desiderio: quello di infondere amore nel cuore di tutte le persone che – con l’Ansia Dentro cercano l’Amore., cioè la persona da amare, cioè un ‘Lui’ o una Lei.” Melania accennò un mezzo sorriso e ribattè: “E’ come fare il pieno al cuore, anziché di carburante, lo fanno d’amore!” Capita la scherzosità della battuta, gli chiese, seria: “Secondo Lei, io avrei quella ‘cosa dentro’, l’Ansia di…come dice lei?” “L’Ansia Di Amare!? Certo che ce l’hai, eccome. La solitudine non piace a nessuno perché…fa sentire triste, è nella natura di ognuno di noi ‘amare’ il che vuol dire desiderare una persona, volere il suo bene, e stare bene spiritualmente e fisicamente con lui, e poi…” Melania mise le mani avanti e lo interruppe: “Oh Dio, piano, piano, un vulcano… è proprio un vulcano.” “Ha proprio ragione, mi scusi…ma abbia pazienza, devo dirle ancora un’altra cosa!” “Sì!” E l’uomo aggiunse: “Non temere, non devi aver paura del vulcani: ci sono vulcani che hanno il fuoco dentro…ma non fanno del male…non devastano…anzi… sai che ti dico? sul tuo cammino c’è proprio…un vulcano…un vulcanoo… un vulcanooo”… la voce dell’uomo diventava sempre più forte in crescendo. Sicché Melania aprì gli occhi, si scoprì togliendo via il lenzuolo, era turbata. “Che sogno, , quel chiacchierone…i girasoli…le anime …la ricerca….porca miseria a lui e all’ansia della ricerca dei cavoli suoi…” e continuò con la tiritera per un bel po’.” L’emozione del sogno fu viva nella sua mente per alcuni giorni. Era l’ultimo pomeriggio di giugno. La temperatura era gradevole, Il sole era laggiù all’orizzonte in uno splendore arancione che si allungava dritto verso di lei. Melania stava là ferma, e gustava lo strano e caratteristico odore del mare; lasciò affondare i piedi nella soffice sabbia del bagnasciuga. Col viso rivolto all’orizzonte si lasciava accarezzare dai caldi e inebrianti raggi del sole. Chiuse gli occhi per alcuni secondi per apprezzarne il tepore. Poi tolti i sandali, e accorciati i jeans, cominciò a passeggiare sulla battigia. Ma un’onda impetuosa la squilibrò e Melania cadde di fianco; cercò di sollevarsi, ma la fitta al piede glielo impediva. “Forse una storta, le fa male la caviglia?” “Credo. Mi fa un po’ male” rispose lei. L’uomo l’aiutò prendendola sotto le braccia alle spalle. E l’aiutò adagiandola sulla sabbia asciutta. Diede un rapido esame alla cavigla e le comunicò: “Non sono medico, ma se fra cinque minuti le fa ancora male, la porterò al pronto soccorso.” Melania lo guardò mentre esaminava la caviglia: la sua voce era calda e gradevole. Poi l’uomo affondò lo sguardo nelle pupille castane di lei, e per la prima volta, quello sguardò le scivolò tutto addosso come una candida carezza. Melania batté le ciglia e distolse lo sguardo e proferì: “Mi sembra che non mi faccia più male.” “Le sembra…o non le fa più male?...provi a muovere piano il piede.” Lei eseguì: “Non sento più nulla.” “Bene, vuol dire che è tutto a posto.” Quel tono di voce melodioso, suadente l’avevano colpita: e dentro di sé sorrise. Quando lui posò gli occhi nelle sue pupille, Melania non poté fare a meno di arrossire e il suo cuore avvertì un tuffo. Era un po’ frastornata dalla sua vicinanza fisica e quella voce ‘calma, melodiosa e rassicurante’ la facevano sentire stranamente bene. “Mi chiamo Giulio!” “Hem. come scusi?” “Sono Giulio! “Io, Melania!” “Ha i jeans bagnati…se non le creo problemi…le do uno ‘strappo’ fin sotto casa, così avrà modo di cambiarsi.” “Uh, quasi non me ne accorgevo…!” mentì lei. “Abito laggiù a cinque minuti dalla spiaggia; possiamo fare due passi, se vuole.” Lui l’aiutò a rialzarsi. “Provi ad appoggiare e a fare qualche passo” le propose. Nessun problema alle caviglie. E s’incamminarono. Lei gli disse che era casalinga, che aveva perso entrambi i genitori alcuni anni prima. “A loro ho dedicato tutta la mia vita, erano tutto per me…ho rinunciato a tante cose per mamma e per papà.” Pensò un attimo a loro e la sua voce diventò quasi afona. Giulio ascoltava con attenzione; il suo occhi si incamminarono sul confine della fronte e i capelli a mala pena ingrigiti di lei; quello sguardo seguì le fattezze di tutto il viso, alla fine incontrarono quelli di lei. Giulio chiese quasi sussurrando: “Ha rinunciato proprio a tutto…anche all’amore?” Ma si accorse subito di aver violato il limite della riservatezza e si scusò: Credo di aver fatto una gaffe, mi scusi.” “Niente di grave, nessun problema.” Erano arrivati sotto casa. “Sono proprio contento di averla aiutata, ma soprattutto di averla incontrata. E…ecco, mi è molto simpatica, davvero!” Erano l’uno di fronte all’altra. Melania lo fissò, prendendo il coraggio a due mani, e gli rispose: Si sentì lusingata e avvertì un altro tuffo al cuore. Anche lei non scherza come simpatia. Ma devo essere io a ringraziare lei. E per dimostrarle la mia gratitudine,” fece una pausa e propose “ togliamo di mezzo questo ‘lei’ “cosi dicendo gli abbozzò un sorriso. “Ok, toccava a te dirlo, secondo le leggi del ‘bon ton’. Segui una pausa di silenzio. “Senti, Melania…! “Sì!” “Ecco, non so…” “Cosa non sai?” . “Insomma, sei così simpatica.” “L’hai già detto. Anche tu lo sei.” Che ne dici se prendessimo un caffè insieme… domani magari…che ne dici? qualcos’altro.” E si affrettò a chiarire: “Sono una persona seria e… non ho problemi di famiglia. Sono scapolo. Lo so, forse ho commesso un errore …sai non sono un giovanotto,,,e incontrare una donna e chiederle di rivederla dopo nemmeno un’ora,…mi sembra di essere stato inopportuno, eccessivo. Però, mi farebbe tanto piacere.” Anche a Melania piaceva tanto quell’uomo, quel Giulio, soprattutto per la voce: aveva qualcosa di familiare, qualcosa di già ‘sentito’; quel tono di voce così carezzevole la rilassavano in tutta la sua femminilità. Quelle parole erano per lei come della melodiosa musica. “Volentieri!” Si scambiarono il numero dei cellulari. Melania era fortemente attratta da quell’uomo che le aveva così improvvisamente sferrato il classico pugno nello stomaco. Ed anche Giulio si era innamorato di lei: e, coi favori del Destino, entrambi si erano innamorati per la prima volta. Una mattina la chiamò e le disse: “Melania, non so perché ma sento il bisogno di chiamarti e sentire la tua voce.” Lei senza un attimo di esitazione gli fa: “Anche per me è così!” Erano follemente innamorati. Melania e Giulio si amavano e lui l’amava ricambiando il sentimento con grande fervore: era Giulio che la distraeva, era Giulio il suo pensiero fisso; era Giulio che le percuoteva il cuore, era Giulio il suo ‘cucciolo’, il suo ‘vulcano’: era sempre Giulio. Ma Melania non aveva mai avuto alcuna esperienza dell’amore fisico: il suo corpo ignorava completamente i fremiti e le gioie di un vero e proprio amplesso sessuale. Era il 13 febbraio. Era lui al cellulare: “Ciao, Melania! Lo sai che giorno è, domani?” “No, cos’è?” “Dio mio, come si fa a non ricordare un giorno così importante? Riguarda gli innamorati: e cioè anche una ‘testolina’ di cui mi sono tanto scimunito.” Lei rise e replicò: “Che io tengo dentro al cuore in un posticino molto caldo.” “Metti il più bel vestito che hai, fatti bella. E allo 8.30 verrò a prenderti domani, festa di San Valentino, perché alle 9.00 in punto saremo seduti nel migliore ristorante della città, l’Hotel Sirio, cinque stelle.” “Ma ‘Cucciolo’, sei matto, non potevi sceglierne uno meno caro?” protestò lei. “Il tuo cuore lo merita” sentenziò lui con la consueta voce calda e carezzevole, e soggiunse “ dopo cena, in camera, ti metterò due ali nella schiena, e volerai molto in alto…molto in alto!” La cena fu un evento straordinario e speciale per entrambi, ma soprattutto per Melania: in un ristorante a cinque stelle non c’era mai stata. E ciò la imbarazzava alquanto. Quando Giulio aprì la porta della camera, le tenne la mano e con l’altra fece un gesto come a dire, prego! Lei, splendida nel vestito di seta azzurra, lo guardò con una leggera punta di emozione e sfoggiò un sorriso appena accennato, quasi impercettibile. Sentiva che stava per succedere qualcosa di insolitamente travolgente. Strinse la mano di lui ed entrò. In una sfera di cristallo lei notò un fascio di boccioli di rosa. “Hai ventotto anni: quindi ventotto boccioli di rosa.” declamò lui. “ Oh, che belli, veramente stupendi!” Si avvicinò ai boccioli e ne accarezzò alcuni. Poi si girò e restò ferma; teneva stretta la borsetta nelle sue mani quasi a proteggerla. Giulio reggeva due bicchieri con una mano e con l’altra una bottiglia di champagne. “Tesoro, questo è champagne, viene direttamente da Chalons-sur-Marne, dove lo producono: un omaggio tutto per te, perché ti amo!” “Anch’io ti amo. Mi hai trapassato il cuore da parte a parte.” Brindarono nell’atmosfera irreale del silenzio. Giulio poggiò sul comodino la bottiglia e i bicchieri e prese ad ammirarla in tutto il suo splendore d’eleganza e sensualità. Era come se l’avesse vista per la prima volta. Dai piedi il suo sguardo passò a tutto il corpo sinuoso soffermandosi sul viso e infine sugli occhi. “Sei un portento di donna… come mi piaci, Melania! Mi piace tutto di te: i tuoi capelli corti e un pò grigi, il tuo modo di gesticolare, e sulla spiaggia … i tuoi occhi bruno-neri, come mi piace il tuo sguardo chiaro, a volte è esitante, direi timido, altre volte ...vagamente malinconico… e…” “Non credi che sia ora di smetterla? “Ti ho incontrata e… in due minuti…la mia vita è cambiata da così a così. Amami e non lasciarmi mai. La mia vita la voglio trascorrere con te” le disse, serio. Melania si avvicinò a Giulio, gli mise una mano sulla gancia e gli disse con un filo di voce : “Anche tu hai messo a soqquadro il mio cuore; sei stato come un terremoto improvviso: anch’io voglio fare lo stesso cammino con te. Spero che il Destino ci tenga sempre uniti.” “Ancora un drink?” chiese lui. “Ok, cucciolo!” “Ok, cucciola!” Bevvero di nuovo: lo champagne le allentò la tensione. Il cuore cominciò a percuoterla; sentiva che stava per vivere un momento particolarmente travolgente. Giulio passò dietro di lei, le appoggiò le labbra sulla nuca e la baciò; Melania ebbe un fremito; il cuore continuava a battere. Giulio la girò verso se stesso. Erano l’uno di fronte all’altra. Il corpo di Melania aderiva a quello di Giulio. Lui accostò lentamente le sue labbra a quelle di lei: e le loro lingue si incontrarono. La bocca di Giulio cercò avidamente la lingua di Melania, la prese e la trattenne succhiandola per gustarne tutta l’emozione. Lei si divincolò e si lamentò con un filo di voce soffocata: “Non m fai respirare…sento un calore…” Giulio allentò l’abbraccio: “Ti voglio,,,se sapessi quanto ti voglio…! “Cucciolo,,,ascoltami!” “Sì, cosa c’è?” “E’ ora che te lo dica: non ho mai conosciuto…un uomo, sessualmente, intendo!” “ No, davvero?” “E’ così, sono ancora illibata.” Giulio non disse nulla: “La prese fra le braccia, e stringendola, le sussurrò: “Sei proprio una piccola bambina, sei la mia cucciola.” “Tesoro, ho bisogno di tutta la dolcezza di cui sei capace!” invocò lei. “Oltre alla dolcezza ci metterò anche la tenerezza.” Cominciò a spogliarla lentamente: e quando furono nudi entrambi, s’infilarono nel letto. Lei si rannicchiò vicino a lui. Tesa, emozionata e ansiosa di diventare completamente donna, si offriva all’uomo che amava. Le mani di lui presero a sfiorare il corpo d lei; calavano sulle sue colline, sfioravano il corpo di lei con una lentezza che la facevano respirare affannosamente; lui la palpeggiava, la carezzava con desiderio che accompagnava con baci brevi e lunghi. Le prese il viso tra le mani e in preda all’ardore cercò di nuovo le sue labbra; Melania si sentì prendere dalle fiamme in tutto il corpo e la sua lingua fu preda del suo uomo, che in quell’istante le stava accarezzando la sua ‘intimità’. Lei fremeva, fremeva con un respiro che si faceva sempre più rapido: “Ora… prendimi, Giulio… entra dentro di me…ora…ora!, prendimi” lei lo implorava schiava dell’irrefrenabile desiderio. E Giulio, impugnò la sua virilità, ed entrò dentro di lei già umida di orgasmi goduti attimi prima. Lui, con dolcezza, affondò la sua virilità più volte nelle sue viscere sopprimendole l’illibatezza; mentre Melania emetteva gemiti di gioia, Giulio le donava la femminilità di cui lei, da quel momento poteva pregiarsi. Di colpo il culmine dell’eccitamento ebbe il sopravvento ed entrambi si sentirono sollevare dal letto, in preda ad una frenesia immensa, e avvolti in un vortice di felice follia. I loro corpi nudi, esausti, e madidi di sudore, per un certo tempo, giacquero immobili nell’incanto di un silenzio nuovo e irreale. Il giorno dopo Melania sentì suonare il citofono. “Sì…” “Posta, c’è un pacco per lei” annunciò una voce giovanile. “Senta, non posso scendere, le dispiace portarmelo all’ingresso? Ultimo piano.” Il ragazzo salì e le consegnò il pacco. Melania aprì il pacco ed estrasse un quadro con appiccicato una piccola busta; lei tirò fuori il biglietto e lesse: Tesoro, il quadro originale costa l’ira di Dio. Questa è una riproduzione in omaggio a Te, donna speciale, alla tua femminilità. e ai momenti di magia vissuti ieri : E’ il VASO DI GIRASOLI di Van Gogh. Il tuo cucciolo Lesse due volte il testo , ma rimase perplessa, si fermò a pensare, aggrottò le ciglia e cominciò a bisbigliare tra sé: “..girasoli…i girasoli di …Van Gogh.” Improssivamente il suo viso si rischiarò e le venne in mente il sogno:…si ricordò dell’uomo e del campo di girasoli.. “Ma sì, quell’uomo diceva che i girasoli riempiono il cuore degli uomini dell’amore di cui hanno bisogno……e ora… il quadro di Van Gogh...” Questi pensieri affollarono la mente di Melania; diede ancora uno sguardo al biglietto che rilesse, diede un lungo sguardo al quadro, prese ad accarezzare la cornice mentre gli occhi lucidi di lacrime le deformavano i petali dei ‘girasoli’. Andò fuori al terrazzo, portò l’indice alle labbra, schioccò un bacio e lo inviò all’orizzonte dove un SOLE rosso fiammeggiante stava nascondendosi dietro il monte. Poi ripensando a quel campo di girasoli, bisbigliò: “Chissà, forse sono solo fiori… o sono ‘Anime Vere’ che riempiono d’amore il cuore di tutti noi.” Tornò in camera, prese il telefono e fece il numero di Giulio: “Tesoro, grazie. Voglio dirti che ti amo, ti amo, ti amerò sempre.” “Lo so, anch’io ti amerò sempre, ma non te ne approfittare” disse ridendo e aggiunse: “Ti sono piaciuti i ‘girasoli’?” “Non puoi immaginare quanto! Un giorno avrò bisogno del Sole, perché anch’io diventerò ‘un girasole’! 


 ENZO