venerdì 22 marzo 2019

IL PRIMO MESTIERE DI DON ACHILLE







Le quattro di un pomeriggio di primavera. Cielo limpido.  Strada quasi silenziosa. Don Achille  ha appena riaperto il negozio di barbiere: il negozio, ereditato dal padre, è la sua unica fonte di guadagno. Dopo aver  dato alcuni colpi di scopa all’ingresso, si appoggia all’apice del manico  con entrambe le mani.

All’improvviso la sua bocca si apre per liberare un improvviso sbadiglio, che termina con un lento soffione. La via è  quasi deserta: il barbiere, lancia uno  sguardo a destra e a sinistra; poi si ricompone con un colpetto di tosse; si gira e agguanta la maniglia della porta. All’improvviso dal bar di fronte:
“Don Achì, non esageriamo!
“Ah,  siete voi Don Rafè!  Ho esagerato? …in  che cosa?”
“Avete fatto, senz’offesa,  uno sbadiglio…da competizione,” lo abborda il pizzaiolo nascondendo male un sorrisetto.

Don Achille gli ribatte senza scomporsi: “Don Rafè, ditemi la verità, siete stato parecchio tempo al sole.  Se no, non si spiega, “STA CAPA FRESCA CHE TENITE”.
(Questa voglia di sfottere che avete)

Adesso  vogliamo  discus…disquit… “maronna mia”…sta parola m’inceppa sempre.” Don Raffaele, il titolare della pizzeria, ne approfitta e va giù di brutto, pur sapendo che il suo amico sa  incassare.
“Sarà la protesi, a mio nonno ogni tanto si muoveva,  e quando parlava, sembrava che avesse “‘NA ZEPPOLA NMOCCA”(un difetto di pronuncia); oppure è la parola un po’… strana che vi fa inciampare. Don Achì,  a pensarci bene,   in fatto di sbadigli c’è poco da scherzare con voi.”
Il barbiere  lo  pietrifica con lo sguardo, poi mettendo le mani sui fianchi gli fa:
“Don Rafè,  ieri,  quando abbiamo preso il caffè, mi avete dato l’impressione di uno che sta  in cura da uno psicologo; oggi, invece, mi sembrate piuttosto spiritoso.”
All’improvviso  il barbiere scorge il dottor Zuppiero che si approssima al negozio:
“Eccolo, sta arrivando il professor Zuppiero,  lavora a Napoli in un istituto di psichiatria;  è stato  anche  in America a fare conferenze.”
“E chi non lo conosce!” aggiunge Don Raffaele. “Ogni tanto lo vedo in televisione”.
Anche il professor Zuppiero è cliente fisso di Don Achille.  
Con una precisione matematica si reca dal barbiere ogni due settimane.

“Buon giorno, signori, onore a due bravi artigiani come voi.”
“Per carità,  ho sempre piacere di avervi qui,” annuncia Don Achille.
“Anche per me è un piacere, “PRUFESSÒ”, quando  vi vedo comparire nella mia pizzeria” si accoda Don Raffaele mostrando un certo timore reverenziale.
“Prima di servirvi, che ne dite di un caffè?”
“Grazie, volentieri.”
“Parlando con rispetto, ci vuole proprio un bel caffè, altrimenti  uno si  annoia…e comincia a sbadigliare ” dice Don Raffaele, dubitando un po’ dell’opportunità della frase.

“Don Achille interviene: “Don Rafè,  vi prego,  al professore non interessano né la noia né lo sbadiglio.”
“Eppure, ci sono studiosi che hanno scoperto che lo sbadiglio  non è esclusivamente fatto solo dalle persone, molti animali lo fanno e…”
“Dottò, scusate se vi interrompo.” Don Achille si rivolge al pizzaiolo:  “Don Rafé, vi dispiace fare un salto al bar dirimpetto e ordinare tre caffè,  a nome mio?”

Il pizzaiolo esegue e il caffè viene gustato con piacere.

“Dicevate dello sbadiglio…che lo fanno tutti…anche gli animali?!” chiede  Don Raffaele.

Il professor Zuppiero riprende a dire  con la solita cordialità:” Un certo biologo tedesco, Friedrich Hempelmann, scriveva nel suo libro LA PSICOLOGIA DAL PUNTO DI VISTA DEL BIOLOGO, che lo sbadiglio è una caratteristica degli essere umani, e non solo, ma anche dei PRIMATI, degli EQUIDI e dei CANIDI e di tanti altri animali,  come anche dei PINGUINI.”

Don Raffaele  aggrotta la fronte e si dà una rapida grattatina in testa con un solo dito convinto di conferire bon ton al gesto, e  proferisce: “Dottò,  abbiate pazienza, siete stato molto chiaro…però quelle parole…non le ho mica capite: insomma…oltre agli esseri umani, avete detto …primati, poi equini…canini…”
“Non proprio”, chiarisce il professore Zuppiero, “gli equidi, e non equini, sono  le razze equine, e i canidi e non canini comprendono le diverse razze di cani…i primati comprendono tutti i tipi di scimmie.”
Alla parola SCIMMIE il piazzaiolo emette un chiaro: “Ah, Don Achì, avete sentito, i primati sono scimmie.”

“E’ inutile che vi girate verso di me,  qui ci sono due specchi a disposizione,  guardatevi voi piuttosto e vedrete un PRIMATO vero e autentico. Dico bene, PRUFESSÒ? Correggetemi se sbaglio.”
“ Don Achì, purtroppo, vi devo proprio correggere:  si dice  PRIMATE,  con la e  finale, e non primato.”

Il pizzaiolo abbozza un sorriso di sadica soddisfazione e si tende, con distrazione, una trappola  grammaticale  perdendosi da vero allocco: “ Io, prufessò, non ho studiato tanto, ma cerco sempre di stare molto attento a non sbagliare mai le finali  perché sono importanti. Una vocale può cambiare il sesso di una persona: per es. RAGAZZO, al  femminile fa RAGAZZA, giusto?”

Il professore e il barbiere annuiscono in silenzio e Don Raffaele prosegue   alzando  la mano  al petto e pronunciando: “COLLETTO fa al femminile COLLETTA…”.  All’improvviso dubita della correttezza della frase: abbassa il tono e si blocca. E il quel silenzio improvviso Don Achille rivolge lo sguardo al dottor Zuppiero e proclama:
“Don Rafè, giacché siete in vena,  il  professore gradirebbe  sapere anche il femminile di MANICOMIO usando, delle cinque vocali, quella che piace a voi.”
Interviene il professore: “ E se si sbaglia…”
“Se si sbaglia, la colletta la faremo io e voi: dottò, non sarebbe una cattiva idea  una visita presso il vostro ambulatorio.”
“Poiché  fa  delle pizze che pochi pizzaioli fanno, io la visita gliela farei gratis” propone
il dottor Zuppiero.
“ Signori,  lo so, lo so, io e la grammatica non ci possiamo vedere, non facciamo che litigare. Però sulla bontà delle mie pizze, modestia a parte,  non c’è proprio da dubitare. E’ una vita che faccio questo mestiere soprattutto con passione: è come se fossi nato PIZZAIOLO” ci tiene a precisare Don Raffaele.
“Signori miei, godetevi la salute che avete” esclama lo psichiatra serio. “E ringraziate il Padreterno che vi conservi il senso del  GUSTO.  Se no le pizze le potreste solo mangiare…SENZA GUSTARLE.
“Dottò, scusate, non ho capito…! interrompe il barbiere.
“Io nemmeno, PRUFESSÒ”  ammette Don Raffaele. “Come si può mangiare una pizza senza gustarla.”
“Il gusto si può anche perdere, comincia a spiegare il Dottor Zuppiero.
“OVÈRO?  Si perde il gusto?” domanda Don Achille “ e uno non mangia più le pizze?”
“Una persona può perdere il senso del gusto durante  l’età dello sviluppo o anche per una lesione al cervello. Accade raramente, però può succedere…anche se uno si ammala, salute a noi, di depressione, di isteria o  quando ha problemi… diciamo… DI TESTA: insomma quando uno comincia DARE I NUMERI. Sia chiaro però, quando accade, uno perde il  gusto di tutto quello che mangia.”
“ Un  vero guaio!” afferma Don Raffaele. “E come si chiama questa malattia?”
“ Nel linguaggio tecnico,  noi  la chiamiamo AGEUSIA .”

“Dottò, ecco il rischio che corre Don Achille quando si fa prendere da certi momenti di rabbia” borbotta il pizzaiolo approfittando  dell’insolita spiegazione.
“Scherzate pure,  ma è proprio così!” dice il Dottor Zuppiero.
“Per noi siete una scuola, dottò,  io lo  dico sempre: ogni  volta  che vi taglio i capelli, per  me, anzi per noi,  è una  lezione di cultura”  scandisce il barbiere.
“Io, al posto di Don Achille, i capelli ve li taglierei lentamente, così potremmo apprendere tante cose interessanti.  Siete una persona importante, dottò,   un’autorità in materia, e come si fa a dimenticare tutte le volte che vi ho visto studiare in un angolo del vostro giardino,  quello che sta proprio sulla strada.
Mia moglie Gisella diceva sempre “GUARDA COMME STUREA,  STA SEMPE CU ‘A CAPA NCOPPA ‘E LIBBRE (Guarda come studia con la testa sui libri).   E tu,  CIUCCIO, nemmeno la prima media hai superato.”  
Quindi, spero che rimanete sempre cliente di Don Achille, onorandoci della vostrà autorità.”
“Lasciate stare questa ‘autorità” implora  sorridendo  il dottor Zuppiero. “A proposito di  ‘autorità’, sapete che  cosa erano le autorita’, anticamente, o per meglio dire… LE AUCTORITATES?”
Don Raffaele  ha un attimo di sbandamento e  chiama in causa Don Achille: “ Don  Achì,  ecco, questa è proprio una domanda che fa per voi.”
Il barbiere si porta la mano al mento poi  in testa : “Dottò, come si fa a non pensare subito alla Questura, al Sindaco,  ai Giudici, al Capo del governo e a tanti…” barbuglia con la voce che diminuiva di volume gradatamente. Lo psichiatra prende la parola:
“Eh no, signori miei: sono testi, libri scritti  da autori di indiscusso  prestigio, grandi uomini di cultura… filosofi, pensatori di grande inteligenza e acume nel loro campo.”
“Insomma, CERVELLI  MOLTO QUADRATI” dice  il barbiere.
“Non come  il mio e il vostro,  che sono tondi!” gli ribatte  Don Raffaele guardandolo di sbieco.  “Ci potete fare un esempio,  dotto’,  di questi cervelloni?”
“Chissà quante volte li avete sentiti nominare: il Vecchio e Nuovo testamento,  i Vangeli, il Pontefice, grandi filosofi,  per esempio, Socrate, grandi scienziati, e tanti altri: sono tutti AUCTORITATES; insomma opere e autori di immenso  valore  per forma e contenuto.”  Pensate un po’, dal sesto secolo e fino al  quattordicesimo  la cultura  si svolgeva  nei monasteri, nelle cattedrali e successivamente nelle università.”
“La Chiesa  è importante; se uno vuole un piacere…chessò…’na raccomandazione , deve andare da un prete” scherza Don  Achille.
“Direi specialmente  per la cultura del passato,  la cosiddetta Scolastica” spiega il dottor Zuppiero.  “I professori di quell’epoca  erano monaci, chierici, insomma  uomini di chiesa”
Don Raffaele chiede scusa dell’interruzione e domanda: “Scusate, PRUFESSO’, ma allora  uno, se  voleva insegnare,   si doveva fare prete o monaco?”
“A quei tempi era così” risponde lo psichiatra. E la lezione si svolgeva in due tempi o fasi:  prima si leggeva un testo di una auctoritates e poi lo si commentava: questo tempo era  la lectio; la seconda fase consisteva nelle domande degli studenti e veniva chiamata questio.”
“Con le domande?”
“Già, con le domande degli studenti a cui l’auctoritates dava delle risposte.”
“Adesso ho capito: più domande si facevano e più  si faceva sempre più interessante la lezione” dice il pizzaiolo.
“Non  esattamente, il commento al testo doveva essere fatto in modo rispettoso e pertinente.”
E don  Raffaele,  che arranca nella comprensione,  si lamenta “ Come fa mia moglie Carmela, tale e quale.”
Il professore s’interrompe: “Che centra vostra moglie?”
“Sapete, io ogni martedì, quando in pizzeria non ci sono molti clienti,  mi faccio un pokerino con alcuni amici, e allora capita di far tardi e  non appena apro la porta, lei comincia a fare una tiritera di domande…domande, litighiamo e facciamo la QUESTIONE O QUESTIO come dite voi, dotto’.”

Il professore Zuppiero lancia uno sguardo al soffitto in segno di sconforto: “No, Don Rafè, no, le domande degli studenti  avevano lo  scopo di  stabilire un argomento  e di ottenere delle spiegazioni e non di litigare col maestro.  Ci siamo, Don Rafè?”
Il pizzaiolo dice di aver capito, ma poi chiede: “Prufessò, abbiate pazienza, ma le domande a chi venivano fatte, insomma il professore chi era?”
“Al maestro, all’esperto, cioè all’intelletuale cristiano,  grande esperto  nel campo delle Sacre Scritture, poi altri  maestri in quello della filosofia e in altre discipline”e qui il dottor Zuppiero volge lo sgardo al barbiere, rimasto finora in silenzio.




“Che c’è, PRUFESSO’, perché mi guardate?”
E il professor  annuncia: “E ora che sappiate quale fu il vostro primo mestiere.”
“Dottò,  non scherzate, vi prego: avevo quattordici anni quando ho fatto la prima barba a un palloncino insaponato,  non fu un esordio felice… mi scoppiò in faccia.”
Mentre il barbiere trattiene il sorriso, lo psichiatra riprende:
“Non parlo di voi, ma dei vostri antichissimi predecessori,  che radevano barbe e tagliavano capelli, ma questi due  servizi non erano gli unici .” A questo punto il dottore  fa una pausa e resta così per alcuni istanti.
“Dottò,  sembra  ‘A SUSPANZA ‘E NU GIALLO!”(la suspense di  un giallo)
“Don Achì,  scusate l’intervento, adesso si dice TRILLÈRRE!(thriller), all’ americana “ s’intromette Don Raffaele  deformando alla napoletana il termine inglese. A quel punto il professore  scandisce calmo:
“Erano degli ‘squartatori di cadaveri’ per motivi di studio!”
“OVERO (davvero), Gesù, Giuseppe…” Don Achille,  con  lo stupore piantato sul viso, deglutisce.
Don Raffaele  si fa prendere da una risata  isterica, porta la mano al  viso dando le spalle ai due amici. Dopo un po’ si frena, si gira: aveva gli occhi  rossi come da pianto.
Anche a Don Achille gli si era stampato uno pseudo sorriso sul volto: “Dottò, Se a Don Raffaele viene qualcosa, è tutta colpa vostra.”
“Eh si, amici miei, è proprio così” continua il professore Zuppiero. “Ridete ,  stupitevi pure, ma è così: facevano a pezzi i deceduti.”
“Facevano le autopsie? I barbieri?” domanda Don Achille.
“No, no,  nessuna autopsia. Oggi si fanno gli ‘esami autoptici’  per conoscere le cause del decesso di una persona.”
Dal canto suo Don Raffaele non afferra l’espressione e candidamente domanda: “Dottò,  oggi oltre alle autopsie,  si fanno pure gli esami…auto…questi esami che dite voi.?




Con  i macchinari di oggi, il progresso… l’autopsia non me la fa fare mai, con i nuovi mezzi  mi farei  fare questi esami  più moderni.”
“No, Don Rafè, l’autopsia e l’esame autoptico sono la stessa cosa! E’ chiaro?”
“Troppo chiaro, PRUVESSÒ, e siccome le cose stanno così, io non mi farò fare ne l’una né l’altro.”

Don Achille  curiosissimo: “Allora, com’è questa storia dei barbieri?” E il professore Zuppiero riprende:
“A quei non si conosceva tanto sulla composizione del corpo umano: per sapere come era fatto, bisognava aprire cioè sezionare un corpo di un deceduto per sapere come era fatto all’interno. Questo delicato compito era affidato  ai barbieri, che  a quei tempi, avevano il compito di tagliare,  aprire e mostrare gli organi all’autorità esperta che spiegava, senza sfiorare alcun pezzo. Le lezioni di anatomia  si svolgevano  più o meno così:  immaginate un’autorictates   o meglio un dotto  ben piazzato su uno di quei sedioloni antichi, mani ai braccioli; di fronte a lui e in circolo il gruppo degli studenti, in mezzo a loro un bel tavolo su cui è disteso il corpo di un povero disgraziato deceduto qualche giorno prima.
Immaginate la scena:  ad un cenno del maestro il barbiere comincia la sua opera di sezionamento…un taglio qui, un colpettino di sega  più in là, poi …raccoglie il primo  pezzo e  adempie il suo mestiere di  ‘OSTENSOR.’”
“Eh no, dottor Zuppiero, adesso lo state facendo apposta” interrompe il pizzaiolo.
Prima ve ne venite,  con le autorità,  e adesso con  STU CASPITA DI  ‘OSTENSÒRE’. Gìà per parte nostra fatichiamo a seguirvi, e voi con queste parole STREVEZE E ORTOPEDICHE ci fate venire mal di testa.”
Don Achille non può che appoggiare  la  rimostranza del suo amico pizzaiolo: “Dovete ammetere, Prufessò, Don Raffaele  ogni tanto ne dice una buona.”
“Bravi, avete proprio ragione, l’ho fatto apposta” riconosce il dottore, “ ma senza malizia, credetemi.”
“Allora, “ attacca Don Raffaele  “il barbiere che  faceva con il primo pezzo in mano? “
E il professore: “ Lo  ostende, cioè lo mostra, lo fa vedere a tutti, mentre il professore dà spiegazione  in merito:  ecco perché il barbiere si chiama ostensòre. Quindi,  avete detto bene voi, Don Rafè.”
“Grazie del riconoscimento, prufessò” s’impettisce  il pizzaiolo “ con un po’ di sforzo, pure io  dico delle cose esatte.”
Don Achille  sbotta: “Dottò, io direi che Don Raffaele qui presente, quando si sforza fa delle cose esatte. Voi non sapete niente,  la moglie di Don Raffaele, Donna Carmela,  dice sempre che voi, Don Rafè, quando vi  sforzate, ci mettete sempre un sacco di tempo.”
Il pizzaiolo  tenta di schermirsi: “ Non  vi sembra di esagerare,  un po’ di rispetto per la persona  del professore. Intanto, io mi riferivo allo sforzo di  mente…e non ad un altro tipo. Ma voi, Don Achì, come fate a sapere certe cose?”
“Me lo ha detto mia moglie Graziella, che a sua volta l’ha saputo da una certa Donna Carmela, la vostra metà. Sapete come sono le donne.”
“Lo so, eccome!” dice  Don Raffaele.

“C’è  un detto antico che dice “’A FEMMENA  NUN SAPE TENÉ NU CICERO ‘MMOCCA!” (la donna non sa tenere un segreto) declama il dottor Zuppiero.  “Don Achille ha vouto fare una battuta scherzosa.”
Il pizzaiolo è il primo ad ammettere l’innocenza della battuta:” Prufessò, io e  Don Achille  vi siamo grati  di tutto quello che ci avete detto: noi non abbiamo studiato tanto e  stiamo sempre attenti a seguire queste  lezioni  che ci regalate  con  pazienza, generostà e , direi  anche,   con  allegria.
“L’allegria e  le papere” si unisce Don Achille “le mettiamo noi.
“E il dottor Zuppiero  promette: “Fin quando avrò un capello in testa, Don Achì, mi vedrete  sempre e puntuale  nel vostro negozio. E sapete perché, perché senza le vostre sgrammaticature, senza i vostri svarioni, senza i vosri  spropositi sintattici,  I ME SENTE ‘E SCI PAZZE,(mi sento impazzire)  perché  io ci lavoro in mezzo ai psi-co-ti-ci.”  Con un pizzico di sadismo aveva sillabato la parola ‘psicotici’.
Don Achille ha quasi un sobbalzo: “Eh, no, prufessò, proprio no, questo non ce lo dovete fare: ne avete detta un’altra. Per cortesia, vi prego, accomodatevi nella poltrona, adesso ci dedichiamo ai vostri capelli.”
Don Raffaele, titubante, si porta la mano al mento e resta stupito con le labbra semiaperte: “ Ve lo giuro, prufessò, io avevo capito …’BISCOTTI’… giuro sulla buon’anima  di mia nonna Rachele.” Poi aggiunge  col suo solito candore: Però BI-SCOT-TI E PSI-CO-TTI … sono quasi uguali.”
Don Achille scoppia a ridere di gusto, ride, ride e gli riesce difficile trattenersi. Anche il dottor Zuppiero cominia a ridere  e le risate si alternavano a brevi colpi di tosse.
Calmate le risa, il barbiere dice: “Prufessò, io a Don Raffaele gli voglio un gran bene.  Perché?, direte voi. Io col negozio traggo i mezzi per vivere, ma se non l’avessi, non avrei problemi:  giocherei al lotto  con i ‘numeri’ che mi darebbe lui.  Don Rafele dà continuamente i numeri;  e con il  lotto io diventerei ricco, così vivrei  di rendita.”
“Non gli date retta, PRUFESSÒ. Parla proprio lui che  circa tre mesi fa andò da uno  specialista sapete, delle parti intime …per un problema alla vescica.”
“Urologo, sessuologo o  andrologo? suggerisce malizioso il professore.
“Il primo, mi pare. Indovinate che cosa gli ha chiesto…l’urologo?”
“Non saprei!”
“Da quanto siete incontinente?”
“Dottò, sapete Don Achille che cosa ha risposto: ‘Da sempre, mai stato su un’isola.’  Don Achì, mi ricordo benissimo, avete detto esattamente così!”
Il dottor Zuppiero  cominia ridere di gusto; poi si frena e puntanto l’indice verso il pizzaiolo domanda con finta serietà:
“Don Rafè, ma voi, in tutta sincerità, quando Don Achille vi  rivelò  ‘la cosa’, voi sapevate il significato della parola ‘incontinente’?”
“Ad essere sincero, no, l’ho capita quando sono andato a leggere sul vocabolario: e  ridevo, ridevo…ridevo e pensavo a  Don Achìlle e alla faccia che avrà fatto lo specialista.”
Il professor Zuppiero, dopo essersi accomodato nella poltrona e   richiesto  il solito taglio, dice: “Mi permettete un consiglio?”
“Prego, prufessò!”
“Voi due, dovete fare solo due cose: rispettare l’amiczia che c’è fra di voi,  e restare come siete, senza separarvi mai, perché se vi separate, rischiereste di diventare  delle persone…istruite.”
Il  frastuono delle auto  inonda il salone.
Il professore, seduto nella poltrona, sorride  sotto il largo panno bianco. Don Achille  batte forbici sul pettine  alternando, da dietro la poltrona, lo sguardo dal  capo  del cliente illustre al grande specchio di fronte.
Il pizzaiolo, Don Raffaele fa: “Don Achì, vado in pizzeria, devo sistemare parecchie cose.” E rivolgendosi al professore: “Dottò, vi ringrazio di tutto, anche a nome di Don Achille. Spero di vedervi  puntuale fra due settimane.”
“Sarò puntuale.”
Don Achille comncia a dedicarsi ai capelli del suo amico, professore Zuppiero.
Il pizzaiolo  sparisce.
Il frastuono delle auto cessa di colpo. Nel salone cala una insolita pace.
Sono le cinque di un caldo pomeriggio di primavera.

Enzo